Battisti perché

04-La natura imprigionatadi Raffaele Volpe

 

Caro Filippo, non meravigliarti nel ricevere questa mia, ma siccome mi hanno chiesto di scrivere un articolo di 5600 battute dal titolo: Battisti perché?, ho pensato di cogliere l’occasione al volo e scriverti una lettera, figlio mio, e raccontarti perché sono battista.

Avevo più o meno la tua età, quindici anni, quando un po’ per caso e un po’ per gioco, invitato da alcuni miei amici, discesi quelle scale in corso Nicola Terracciano. A quei tempi i tuoi nonni abitavano a Pozzuoli, due passi dalla chiesa battista e in quel quartiere avevo fatto le scuole elementari, le medie, i primi due anni di superiore. Insomma mi sentivo a casa mia in quel quartiere, ma non avevo mai notato quella chiesa lì sotto il livello della strada. Le cose importanti nella vita sono spesso sotto al nostro naso e noi non ci facciamo caso.

Non c’era niente di speciale in quei saloni grandi, freddi, dalle mura segnate dall’umido che saliva e, arrampicandosi, grattava via i diversi strati di pittura che qualcuno ogni volta aveva ripassato, con la speranza che fosse l’ultima. Quelle mura mi ricordano la mia condizione di credente…

Non c’era nulla di bello che potesse farne una chiesa, se non le persone.  Imparai la prima lezione: una chiesa battista è fatta dalle persone e non dalle mura! Tirai un sospiro di sollievo. Anche perché quelle persone erano veramente speciali. Ti ascoltavano senza giudicarti.  Sapevano farti sentire importante. Più in là capii, seconda lezione, che per un battista la libertà personale è come l’aria che respiri. Non volevano indottrinarmi, né farmi sentire come un ignorante. Potevo dire quello che pensavo ad alta voce. C’era la chiesa (o, se preferisci, chiamala comunità) e c’ero io.

La prima e la seconda lezione mi avevano già introdotto ai due  principi fondamentali del battismo: 1. la chiesa è la comunità locale; 2. la centralità della persona. E se cerchi una formula che tenga insieme questi due principi, eccola qui: la chiesa è la comunità di credenti dove ogni singolo credente è un sacerdote. Potrei diventare noioso (e sto già diventandolo) e dirti quanto sia difficile nelle società umane questo equilibrio tra comunità e individuo e quanto spesso si è voluto sacrificare la dignità e la libertà della persona in nome di una ragione di stato, o di una dottrina nazionalista o di una religione. Ti suggerisco di leggere una breve storia dei primi Battisti, ti sorprenderai di quanti siano stati perseguitati e uccisi perché hanno sostenuto che la fede non può essere imposta per legge.

Ma oggi sembrerebbe essere l’individualismo il male della nostra società. Le persone si preoccupano poco del bene comune e non hanno capito che piano piano questo corroderà anche la loro libertà personale.

Comunità e individuo. Bene comune e libertà personale.  È un equilibrio complesso ed è un’ottima cartina di tornasole per riconoscere una chiesa battista. Quando c’è troppo personalismo o le persone sono diventate soltanto dei parrocchiani, quella non è più una chiesa battista!

Ma torniamo alla mia storia personale. La piccola e scarrupata chiesa di Pozzuoli mi aprì al mondo.  Conobbi altre chiese battiste, ma non solo.  Conobbi altri giovani di altre parti d’Italia. Facevo parte di una chiesa locale, ma scoprivo anche che c’era una chiesa universale. Non dovevamo chiuderci nella nostra bella chiesetta battista, ma potevamo confrontarci con gli altri, imparare a cooperare con gli altri. Ecco il terzo principio: l’associazionismo. Se un giorno un battista ti dirà che noi siamo congregazionalisti, tu potrai dirgli che è vero, ma sentiti libero di aggiungere che i Battisti sono anche associazionisti. E missionari: questo è il quarto principio.  Una chiesa battista è il dono di Dio al mondo. Ogni battista è un missionario. C’è sempre qualcosa da fare per qualcun altro: annunciargli la buona notizia dell’amore di Dio e offrirgli un bicchiere d’acqua oppure andarlo a trovare in prigione e condividere la storia di Gesù. In Italia stiamo provando a riscoprire questa nostra radice missionaria e abbiamo assolutamente bisogno dell’entusiasmo e del coraggio dei giovani. Sì, hai capito, ce l’ho anche con te.

Ma non c’è quattro senza cinque (ma forse il detto è diverso): il battesimo è il quinto principio. Last, but not least, dicono gli inglesi. Forse non è corretto dire che il battesimo è un principio. In realtà è più simile ad un collante che tiene insieme i principi Battisti. Oppure un paio di occhiali. O una chiave. Ma forse è meglio non andare oltre con le metafore.

Io fui battezzato insieme a tua zia, l’acqua era gelida ed era inverno. Ero nervoso ed emozionato. Stavo per essere sommerso dalle acque, ma ero fiducioso che Dio mi avrebbe anche fatto riemergere. Ero lì, sveglio ed eccitato nella mia coscienza libera, ma anche umilmente nelle mani della chiesa che mi aveva accolto e predicato l’evangelo. Entravo a far parte della chiesa, ma mi sentivo anche parte di una famiglia universale. Sentivo che Dio in Cristo aveva amato proprio me e che sarei stato un secondo dopo il battesimo un discepolo a tempo pieno per il Regno di Dio. No, non mi ero montato la testa. Avevo semplicemente imparato che con il battesimo si incontravano la promessa di Dio di essermi vicino nella fede e la mia promessa a seguirlo anche per le strade che altrimenti non avrei scelto.

Ma mi sa che ho già utilizzato tutte le mie 5600 battute, ed è meglio fermarmi, altrimenti tu ti annoi e l’editorialista si arrabbia. Ti saluto, e casomai potremmo continuare la nostra chiacchierata mangiandoci una pizza napoletana, che ne dici?

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