Oltre Marta e Maria le donne nelle chiese battiste

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di Cristina Arcidiacono

Nelle chiese battiste, come del resto nelle altre chiese evangeliche, tante Marta e tante Maria si affaticano e scelgono ogni giorno la parte buona, rendendo le chiese luoghi di accoglienza e comunione e di annuncio dell’evangelo. Spesso fanno entrambe le cose, che siano pastore, anziane, diacone, o che non rivestano ufficialmente alcun ruolo istituzionale.

Prima ancora di parlare del pastorato femminile è doveroso sottolineare il peso leggero e dinamico delle donne nelle chiese, che, nella storia nel battismo italiano si coniuga con l’esigenza dell’istruzione e della dignità sociale. La mostra storico-documentaria «I battisti e l’Italia» fa iniziare l’attività delle donne dall’inaugurazione, nell’ottobre del 1912, dell’orfanotrofio femminile di Migliarina a La Spezia, dove vennero ospitate ragazze rimaste orfane a seguito del terremoto che colpì San Benedetto dei Marsi nel 1915. Il binomio chiesa e scuola, caro alla Riforma, identificò anche le chiese battiste: basti pensare, oltre a La Spezia, all’Asilo infantile di Altamura, alla Scuola Elementare Evangelica di Messina, fondata dopo il terremoto del 1908 da Sandrina Melodia (il cognome è del marito pastore) e dalla professoressa Alessandrina M. Riccelli.

A partire dagli anni ‘30 del 1900, più di un secolo dopo la prima donna «ministra», accettata negli Stati Uniti dai Quaccheri, Lucrezia Mott, il dibattito sul ruolo delle donne nelle chiese battiste fu sempre più intenso. Fu Susy Whittinghill, statunitense, giunta in Italia con la sua famiglia di missionari a denunciare la posizione subalterna delle donne nelle chiese e a incoraggiare una presa di coscienza delle donne in vista «dell’incremento della conoscenza del lavoro dell’opera missionaria in tutto il mondo, lo sviluppo della vita spirituale per mezzo della preghiera e dello studio della Bibbia, ravvivamento dei culti e della vita della chiesa, contribuzioni per aiutare l’opera missionaria in Italia, visite agli ammalati e ai poveri». Nel 1933 si tenne a Roma, nella chiesa di Piazza San Lorenzo in Lucina, il primo convegno delle donne battiste italiane. Da allora molta strada è stata fatta, soprattutto dalle donne. Nel 1947 a Firenze si svolse un’assemblea delle Unioni Femminili Missionarie Battiste d’Italia, che vide la partecipazione di 150 donne provenienti da 28 città. In quella occasione fu eletta presidente nazionale la sorella Gina Bassi (cfr. mostra «I battisti e L’Italia», p. 27). Il numero speciale della rivista «Il Seminatore», a cura del Dipartimento di Evangelizzazione, dedicato ai 150 anni di presenza battista in Italia, offre i profili di due delle protagoniste del Movimento femminile: Virginia Wingo, già segretaria dell’Unione Femminile Battista della Lousiana, direttrice della Scuola Biblica Femminile «Istituto Betania» di Roma, frequentata da tante ragazze, soprattutto del Sud Italia, alcune delle quali si dedicarono poi al lavoro missionario in Sardegna e nella penisola; Elena Girolami, presidente del Mfeb dal 1967, che  visse l’esigenza di cambiamento del ruolo delle donne nelle chiese impegnandosi a livello sociale per la dignità delle persone più ai margini, bambini e bambine soprattutto, e predicando la parola dell’Evangelo «per suscitare nelle persone la speranza e il coraggio di ricostruire la vita». Assieme a tante sorelle e fratelli Elena ha contribuito al sorgere del Centro Battista di Rocca di Papa, gestito dal Movimento Femminile, centro che negli anni ha avuto come attività principale la formazione di bambine e bambini e delle donne.

Un prossimo numero de Il Seminatore sarà dedicato al pastorato femminile: 12 interviste, a cura di Piera Egidi Bouchard, a 12 pastore, consegnano quello che la teologa Elizabeth Green, nella sua introduzione, chiama un «bouquet di fiori di colori, forme, profumi diversi». Dodici pastore in servizio, alle quali se ne aggiungeranno altre, fa subito andare la mente al numero dei discepoli, di quei Dodici, in nome dei quali, tutti maschi, spesso si è precluso il pastorato alle donne. Che di donne le prime chiese sono piene: donne che profetizzano, che predicano, che ospitano, che servono a tavola, che mantengono la comunità con i propri beni, che creano problemi, che litigano. Come i loro fratelli, mariti, padri, figli, amici, riferimenti autorevoli della predicazione della Grazia per la quale il genere è irrilevante, testimoni di Dio che in Cristo fa nuova ogni cosa e ogni creatura, che è tutto in tutti e in tutte.

La centralità ritrovata dalla Riforma sul Sola Gratia, sul dono puramente gratuito della salvezza di Dio, che non ammette «corsie preferenziali», e il sacerdozio universale, che abbatte il muro di separazione tra sacro e profano, rendendo «sacra» l’ordinarietà della vocazione di ciascuna e ciascuno, non ha impedito alle chiese di essere «del mondo» e di fare fatica a riformarsi seguendo l’evangelo.

La storia delle pastore battiste si intreccia con quella delle pastore metodiste e valdesi, consacrate in Italia a partire dal 1967. Nel 1976 la missionaria Marylou Moore fu incaricata di svolgere un ministero di «coadiutorato pastorale» nelle comunità di Gravina di Puglia; dopo un intenso dibattito, l’Assemblea generale Ucebi del 1982 portò a un pronunciamento positivo sul pastorato femminile.

Oggi essere una pastora non vuol dire essere «semplicemente» un pastore donna, ma rischiare la complessità del proprio ruolo e della propria esistenza, crescere con la chiesa in modo da riconoscere e valorizzare i doni di tutti e tutte. Tante sono ancora le domande: una teologa una volta mi ha chiesto se le chiese evangeliche non si fossero aperte al pastorato femminile solo quando il pastorato non rappresentava più uno status desiderabile dagli uomini in termini di potere. La questione del potere richiama anche il nodo dei conflitti tra donne, che non ci piacciono ma ci sono, conflitti che spesso non vengono esplicitati e Marta e Maria si ritrovano come sorelle separate e subordinate l’una all’altra. Il cammino per le donne e gli uomini nelle chiese è ancora lungo.

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