Una chiesa in cammino per la libertà di coscienza

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di Massimo Rubboli

Uno dei tratti distintivi non solo del battismo originario ma di tutta la storia battista è senza dubbio l’accentuazione del concetto di libertà, sul quale si è fondata una lunga tradizione di rivendicazione della libertà di coscienza. La libertà del singolo credente è stata fin dall’inizio «the Baptist way», il modo d’essere tipico dei battisti, e rimane normativa per tutti i veri battisti.

John Smyth e Thomas Helwys sono di solito indicati come i primi sostenitori degli ideali battisti di libertà religiosa, separazione tra stato e chiesa e libertà di coscienza, e come i primi difensori del diritto di tutti di esercitare una libera scelta nel campo religioso, sulla base di una comprensione teologica della persona umana creata ad immagine di Dio e quindi dotata di capacità di scelta. Tuttavia, un esame dei loro scritti, considerati nel contesto culturale degli inizi del XVII secolo, rivela una significativa differenza tra il loro modo di pensare e quello moderno e lo sforzo di ricollegarsi alle origini della storia battista per mantenere viva l’eredità del battismo storico non può ignorare le complessità e diversità di questa eredità. Per secoli l’idea di libertà è stata un elemento costitutivo delle varie tradizioni battiste ma il suo significato è cambiato.

Infatti, in Smyth e Helwys la difesa della libertà religiosa, cioè libertà da una religione imposta e libertà di scelta religiosa, non si fondava sull’idea dei diritti umani, perché questa idea si diffuse soltanto più tardi, con la pubblicazione della Lettera sulla tolleranza di John Locke (1689). Smyth e Helwys vissero in un tempo in cui «libertà di coscienza» implicava un dovere religioso, non un diritto naturale, e il loro pensiero risentiva di una lunga tradizione che risaliva ad Agostino, per il quale la coscienza non era un’innata sensibilità morale personale o una consapevolezza etica bensì il mezzo con il quale la legge eterna o naturale, alla quale tutti gli uomini devono obbedienza in ogni circostanza, esercita il suo controllo sulla condotta dell’individuo. Nell’Inghilterra degli inizi del Seicento, la coscienza non riguardava la libertà di scelta individuale ma piuttosto una questione di giudizio e responsabilità: la coscienza era uno strumento per discernere la volontà di Dio, non per giustificare le proprie idee. È in questo contesto, del quale non facevano parte le nozioni moderne di diritti umani naturali o di libertà individuale, che Smyth e Helwys elaborarono il loro pensiero nei riguardi della libertà e della separazione tra stato e chiesa.

Smyth pensava di non avere scelto o scoperto la verità con l’esercizio delle sue facoltà razionali ma di essere stato guidato da Dio, per mezzo della coscienza, a raggiungere la verità. Nel suo ultimo libro (c. 1612), Smyth identifica Dio come «il signore che è il mio Giudice nella mia coscienza», verso il quale egli era responsabile per le sue parole e le sue azioni.

Ciò che precludeva l’intrusione dei magistrati nelle questioni religiose non era una presunta autonomia della coscienza o una rivendicazione della libertà individuale ma la signoria di Cristo sulla coscienza. L’esercizio della coscienza doveva essere libero dal controllo umano, perché la coscienza apparteneva esclusivamente a Dio.

L’affermazione della libertà religiosa non si fondava sui diritti umani o su un generico principio di tolleranza bensì sull’unicità e priorità del Vangelo di Cristo che non poteva essere sottoposto a nessuna legge umana.

Per le prime generazioni di battisti inglesi, la libertà era un dono di Dio, resa possibile dal sacrificio di Cristo sulla croce e dalla sua resurrezione, e la coscienza non era autonoma ma poteva essere esercitata soltanto sotto l’autorità di Dio, rivelata nella Scrittura.

Questa posizione di Smyth, Helwys e dei primi battisti fu in seguito modificata facendo sempre più riferimento a teorie filosofiche e politiche per costruire una teologia della libertà fondata tanto sulle concezioni illuministe dei diritti naturali e delle libertà individuali quanto sull’originaria teologia battista. Questo percorso, che portò ad una riformulazione della posizione dei primi battisti e divenne un elemento centrale dell’identità battista, poté dirsi concluso con l’affermazione dei «diritti assiomatici» dell’individuo nel campo della religione. 1

Il principio della libertà religiosa, considerata come la più preziosa di tutte le libertà, caratterizzò la teologia e la prassi delle chiese battiste, prima in Europa e poi in America del Nord. Furono infatti i battisti, insieme ai quaccheri, ad introdurre il principio della libertà religiosa nelle colonie americane, i primi nel Rhode Island (con Roger Williams), i secondi in Pennsylvania (con William Penn).

Williams stabilì che tutti avrebbero dovuto godere della «libertà dell’anima» e questa posizione lo portò a scontrarsi con le autorità puritane della Nuova Inghilterra. Pur essendo egli stesso un puritano, Williams non condivideva le conseguenze politiche di alcune dottrine; in particolare, era contrario all’assegnazione di autorità religiosa ai magistrati civili ed era convinto che «Dio non richiede che un’uniformità di religione venga decretata e imposta in ogni stato civile», perché non è necessaria per il benessere né della chiesa né della società civile. Una politica di uniformità religiosa, sosteneva Williams, richiede la persecuzione dei dissenzienti, cosa che alla chiesa fa più male dell’esistenza di una diversità religiosa, perché la persecuzione «contraddice direttamente lo spirito, la mente e la pratica del Principe di Pace»; inoltre, l’intolleranza e la persecuzione sono dannose anche per «la pace e il benessere di tutti i regni e paesi».

In America, la libertà religiosa fu una conquista graduale ma inevitabile. I battisti della Virginia contribuirono a fare adottare dall’assemblea legislativa del loro stato uno Statuto per la libertà religiosa, presentato da Thomas Jefferson e difeso da James Madison, che servì da modello per il I emendamento della Costituzione federale (approvato dal Congresso nel 1789 e ratificato nel 1791), che garantiva ai cittadini la libera espressione della propria fede religiosa e proibiva il riconoscimento di una chiesa particolare da parte dello Stato. Come commentò il battista John Leland, «Ogni uomo deve rendere conto di sé a Dio, e perciò ogni uomo deve essere libero di servire Dio nel modo più consono alla sua coscienza» (The Rights of Conscience Inalienable, 1791). Il riconoscimento del principio della separazione tra sfera religiosa e sfera politica e della libertà di coscienza rappresentavano la conclusione della lunga lotta iniziata dai battisti inglesi quasi due secoli prima.

Come ha affermato il teologo battista Walter Shurden, la difesa della libertà di scelta dell’individuo è anche il presupposto «del diritto inalienabile e della responsabilità di ogni persona di rapportarsi a Dio senza l’imposizione di un credo, l’interferenza del clero o l’intervento del potere politico».

Tenendo conto di questo principio, ogni credente rispetta il diritto delle opinioni diverse e, quindi, la difesa della libertà religiosa nell’ambito sociale e politico.

1. V. Edgar Y. Mullins, The Axioms of Religion: A New Interpretation of the Baptist Faith, 1908.