Una lampada accesa

Il Simbolo dell’incontro di oggi sarà una lampada accesa posizionata in modo da far luce e di essere perciò vista anche dall’esterno del Tempio.
Durante la condivisione o le preghiere anche i partecipanti potranno utilizzare delle lanterne a significare la testimonianza e la vigilanza a cui siamo chiamati.
Raccomandazione: i testi non vanno letti per intero, sarebbe troppo noioso ascoltarli, ma vanno condivise delle sintesi con l’uditorio! La sintesi della vita di King c’è stata offerta dal Past. Dario Monaco, che ringraziamo.

“Il Messaggio che oggi annunciamo” inno numero 197 dalla raccolta Celebriamo il Risorto offre anche un supporto multimediale on line al seguente indirizzo: http://www.dropbox.com/sh/gjgualqs0pgra5h/AABGh7PTP8NVb1fzzOHLTVzza?dl=0

Amici e amiche, piccoli e grandi, fratelli e sorelle provenienti dai diversi angoli del mondo, siamo riuniti in questo 4 aprile, un giorno speciale fatto per riflettere sulla vita di ML King, onorare il suo esempio e celebrare il Suo Signore!

alle 18:01 di 50 anni fa il Pastore King veniva raggiunto da una pallottola.

Facciamo un minuto di silenzio.

Qualcuno legge la fine dell’ultimo sermone profetico predicato da King

Il 3 aprile 1968 il pastore protestante Martin Luther King parla al Mason Temple di Memphis ai netturbini della città in sciopero per chiedere il riconoscimento dei loro diritti di lavoratori.
Sarà l’ultimo, profetico, discorso del leader afroamericano, verrà assassinato sul balcone del Lorraine motel il giorno dopo, colpito da un proiettile sparato da un fucile di precisione.
Così terminava il suo messaggio:
«Ci aspettano giornate difficili, ma davvero, per me non ha importanza ora, perché sono stato sulla cima della montagna! E non m’importa. Come chiunque, mi piacerebbe vivere una vita lunga; la longevità ha la sua importanza, ma adesso non mi curo di questo. Voglio fare soltanto la volontà di Dio. E Lui mi ha concesso di salire fino alla vetta. Ho guardato al di là e ho visto la terra promessa! Forse non ci arriverò insieme a voi, ma stasera voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa! E stasera sono felice, non c’è niente che mi preoccupi, non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria dell’avvento del Signore!».

Preghiera: “Signore, fa’ che la tua Parola sia una luce sulla strada della mia vita, fa’ che illuminato da essa io possa fare le scelte giuste e fa’ che la mia stessa vita possa essere un riflesso della tua luce per i fratelli e le sorelle che incontrerò sul mio cammino”
Past. Donato Mazzarella

“La tua parola è una lampada al mio piede ed una luce sul mio sentiero”.
Salmo 119,105

-Si accende una lampada di speranza per presiedere al buio della violenza.

– Preghiere di speranza e di pace:

Cantiamo l’inno 25: “Cristo Gesù”

Testimonianze di pace (si possono ascoltare testimonianze personali o condividere il testo di apertura dell’ultimo del Seminatore riportato qui di seguito)
“Caro amico, cara amica, questo incontro è dedicato alla Pace. Sì perché siamo convinti che la pace nel mondo non sia qualcosa a cui solo le miss, spesso tanto belle quanto ingenue, possono aspirare.
Se pensiamo alla corsa agli armamenti, ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che affogano in mare, alle tante donne barbaramente uccise o al dolore dei bambini di Ghouta è impossibile non scoraggiarci e sentirci impotenti. Di fronte a tutto ciò cosa possiamo fare?
La buona notizia è che le tenebre più fitte non possono spegnere la più piccola luce. La storia dei battisti è costellata di persone che grazie alla fede hanno tenuto viva la fiamma della speranza.
È il caso della missionaria Battista inglese, Alice Seeley Harris, che armata solamente della sua Bibbia e una macchina fotografica ha contribuito in modo determinante a fermare il genocidio dei congolesi perpetrato dal Re Leopoldo II del Belgio (circa dieci milioni di persone sono state uccise sotto la sua reggenza per la raccolta della gomma).
Oppure pensiamo alla storia di Kim Phuc, la celebre bambina vietnamita il cui pianto è rimasto immortalato nella fotografia vincitrice del Pulitzer nel 1972, divenendo l’emblema della sofferenza generata dalla guerra. Ciò che la maggioranza delle persone ignora però è che crescendo quella bam- bina, grazie alla scoperta dell’Evangelo, è riuscita a guarire dalle sue ferite e addirittura a perdonare i suoi nemici.
Nel 2017 è stato pubblicato un libro autobiografico di Kim Phuc intitolato “Fire Road: The Napalm Girl’s Journey through the Horrors of War to Faith, Forgiveness, and Peace”. In esso Kim stessa racconta come dal fuoco dell’odio e dell’amarezza sia potuta rinascere grazie all’amore di Cristo. Esposta come una scimmia da circo ai fini della propaganda antiamericana, la piccola Kim era costretta ad esibire le sue cicatrici e raccontare la sua drammatica storia di bambina a cui la guerra aveva tolto tutto. Finché, sopraffatta dal dolore tentò di togliersi anche la vita, ma non vi riuscì. Un giorno, mentre era a Cuba, trovò nella biblioteca una Bibbia. Leggendola scoprì il messaggio di Gesù e nella fede in Lui trovò la forza per fuggire in Canada dove cominciò a frequentare una chiesa battista divenendo un’ambasciatrice di pace.
L’episodio più toccante è che durante un raduno di veterani negli Usa Kim ha incontrato un uomo che aveva preso parte alla campagna di bombardamenti che rase al suolo la sua regione. Anche lui in modo diverso era stato una “vittima” dalla guerra. Dopo aver cercato invano di tornare alla normalità, vide la sua vita andare in pezzi, così cercò pace nella bot- tiglia… Dopo molti anni la trovò solamente in Gesù Cristo, divenendo in seguito un ministro battista. I due dopo essersi raccontati la loro storia parallela si sono abbracciati e nel perdono si sono riconosciuti pubbli- camente come un fratello e una sorella nel Signore!
Il prossimo 4 aprile ricorrerà il cinquantesi- mo anniversario dell’assassinio del pastore Martin Luther King Jr. e le nostre Chiese battiste, assieme a quelle Valdesi e Metodiste, saranno chiamate ad accendere le lampade della fede per dissipare le tenebre che nuovamente tentano di offuscare la pace e la fraternità tra i popoli; facciamo la nostra parte per realizzare il sogno e ricorda “un fuoco inizio ha da una piccola scintilla…”.

Cantiamo l’inno 201 “Pace, Salaam, Shalom” della raccolta “Celebriamo il Risorto”

«Lavorare dall’alba al tramonto per un anno intero incatenato alla terra dai conti da pagare al magazzino della piantagione, scacciare questi pensieri con cattivo gin, dimenticare nell’estasi del canto e della preghiera… piangere, maledire se stesso per la propria viltà, essere lo zimbello dei giudici e dei poliziotti, finire col credere alla propria indegnità… e infine cedere, inchinarsi, strisciare, sorridere e odiare se stesso per il proprio servilismo e la propria debolezza». Questo era il tormento del nonno paterno di Martin Luther King, James Albert, e di tutti i neri; questo era l’incubo che assillava i loro bambini I in casa e negli edifici fatiscenti della scuola, dove gli studenti di colore ricevevano un’istruzione che era di molto inferiore a quella dei bianchi. Nelle strade e nelle piazze delle città si vedevano dappertutto cartelli con la scritta «solo per bianchi», e la vita dei neri si consumava per lo più nei ghetti sudici e sovrappopolati privi di strutture e di servizi appena decenti. Qui Martin Luther King nasce, vive e comincia a lottare fin dalla sua fanciullezza.
Ha cinque anni quando la madre dei suoi compagni bianchi proibisce loro di giocare col piccolo Martin, perché «negro». A otto anni apprende dal padre con dolore la tragica fine della sua prediletta cantante Bessie Smith, celebre interprete di spirituals, canti di fede e di speranza degli schiavi delle piantagioni del Sud: ferita in uno scontro automobilistico, muore dissanguata perché rifiutata dagli ospedali per bianchi di Atlanta. Studia giurisprudenza al Morehouse College di Atlanta (università per soli neri), ma, divenuto consapevole di essere chiamato da Dio al servizio pastorale, dopo qualche anno passa agli studi di teologia. Nel 1952, a 22 anni, tiene la sua prima predicazione nella chiesa battista di Atlanta.
Martin Luther King è affascinato dalla figura di Gandhi, dal quale apprende i principi della lotta non-violenta. Nel 1953 si laurea in filosofia a Boston e nel 1954 si trasferisce con la moglie Coretta Scott a Montgomery, Alabama, per svolgervi il ministero di pastore della chiesa battista.

La scintilla che dà inizio al Movimento per i Diritti Civili scocca a Montgomery, apparentemente per un banale incidente. Sugli autobus della città le prime tre file di posti sono riservate ai bianchi, le altre possono essere occupate da neri solo se non ci sono bianchi in piedi. Il pomeriggio del 10 dicembre 1955 un’impiegata nera, Rosa Parks, seduta dietro i posti riservati ai bianchi, rifiuta di alzarsi e cedere il posto quando salgono alcuni viaggiatori bianchi: viene arrestata e portata in carcere.

Cantiamo l’inno 211, un fuoco inizio ha (si accendono le lampade che ha ciascuno in segno del diffondersi dell’evangelou della pace)

La notizia si diffonde rapidamente, gli esponenti e i pastori della comunità nera s’incontrano e decidono subito di boicottare i mezzi pubblici di trasporto: propongono ai neri di non prendere più l’autobus e di recarsi al lavoro a piedi o con altro mezzo. L’esito appare incerto, perché altre volte simili iniziative non avevano avuto successo; intanto Martin Luther King è votato all’unanimità capo del movimento. La mattina del 5 dicembre tutti i neri vanno a lavorare a piedi, a dorso di mulo, su carri. Il boicottaggio è totale fino al dicembre dell’anno successivo: 382 giorni dura la lotta tutt’altro che facile, e il movimento ottiene la sua prima vittoria: l’abolizione della segregazione sui mezzi pubblici di trasporto.

Le reazioni dei bianchi sono violente: hanno paura. La compagnia degli autobus ha perso 40 milioni di dollari. Martin Luther King diviene il bersaglio di minacce d’ogni genere e viene arrestato. Il 30 giugno, mentre si trova fuori fra la sua gente, un attentato dinamitardo gli distrugge la casa; la moglie e la figlia Yoki sono dentro, ma restano fortunatamente illese. Martin Luther King è ormai il simbolo della «rivoluzione nera».

Teso fino al limite delle sue risorse fisiche e morali per tutti gli impegni che deve assolvere, una sera del gennaio 1956 Martin Luther King è sul punto di crollare. L’atmosfera è densa di nubi e i pericoli sono molto reali, ed egli, seduto in cucina, confida a Dio di non farcela più. «Eccomi qui – prega – mi batto per ciò che credo giusto. Ma ho paura. Mi chiedono di guidarli, ma se mi presento loro senza forza e senza coraggio anch’essi vacilleranno. Ho esaurito le mie forze. Non mi rimane nulla». E mentre è lì, solo, sperimenta la «presenza di Dio», avverte «la promessa rassicurante d’una voce interiore che gli dice: “Lotta per la giustizia. Lotta per la pace. Dio sarà sempre al tuo fianco!”». L’esperienza di fede, caratteristica della tradizione evangelica battista, determina, come egli stesso dice, una svolta fondamentale nella sua vita: era giunto allo stremo delle sue forze, ora, però, si sente forte della forza di Dio ed è pronto a riprendere la lotta.

Cantiamo l’inno 239 “camminiamo” We are Marchin’ in the light of God

Martin Luther King partecipa a manifestazioni di massa e a raduni, e viene spesso arrestato. E ogni volta si rafforza il suo impegno per la giustizia, si rinvigorisce la sua fede in Dio e nella Sua guida, e il suo coraggio di lottare e la sua certezza di vincere si comunicano ad altri esponenti del movimento e alla sua gente. Il movimento si estende ben presto a tutti gli Stati Uniti. Il pellegrinaggio di preghiera a Washington del 17 maggio 1957 per il pieno diritto di voto ai neri è una delle manifestazioni più importanti. Martin Luther King riesce a convogliare le forze disgregate dei neri nella lotta non violenta, ma ha anche oppositori che propugnano il ricorso alla violenza contro il razzismo bianco.

Mentre si moltiplicano i sit-in nei locali pubblici per bianchi e i “viaggi della libertà” di bianchi e neri insieme in autobus attraverso gli Stati Uniti, Martin Luther King risponde ai detrattori «Non possiamo in coscienza obbedire alle vostre leggi Inique, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene… Mandate a mezzanotte i vostri sicari incappucciati nelle nostre case, pestateci e lasciateci quasi morti, e noi vi ameremo ancora. Ma siate certi che vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno conquisteremo la libertà, non per noi stessi solo… e la nostra vittoria sarà anche vostra”.

Canto: O Signore Cammina con Me.

Nel 1963, centenario del proclama di Lincoln per l’affrancamento degli schiavi, la battaglia non violenta dilaga in più di 800 città. A Birmingham la polizia si scaglia con ferocia sui dimostranti che cantano We shall overcome, sguinzaglia i cani e aziona gl’idranti contro un corteo inerme di ragazzi. Sotto la pressione dell’opinione pubblica inorridita il Governo dichiara illegale la segregazione nei negozi e nei luoghi pubblici e decreta l’assunzione al lavoro per bianchi e neri su basi egualitarie.

Arrestato, Martin Luther King scrive in cella d’isolamento una lettera rimasta famosa: «E facile dire: “aspettate”. Ma quando avete visto una plebaglia inferocita linciare a volontà le vostre madri e i vostri padri… e i poliziotti pieni d’odio maledetto colpire e perfino uccidere impunemente i vostri fratelli e le vostre sorelle… quando sentite la vostra lingua torcersi se cercate di spiegare alla vostra bambina di sei anni perché non può andare al lunapark, e vedete spuntarle le lacrime quando sente che è chiuso ai bambini neri… quando vi perseguita notte e giorno il fatto di essere nero, non sapendo mai che cosa vi può accadere; allora voi comprendete perché per noi è tanto difficile aspettare».

Il 28 agosto arriva a Washington la marcia dei 250 mila per chiedere l’approvazione della legge sulla parità dei diritti civili per bianchi e neri. Le telecamere di tutto il mondo sono puntate sulla marea di bianchi e di neri che cantano e pregano intorno al monumento a Lincoln, e riprendono anche quello che è stato definito il discorso profetico di Martin Luther King.

Cantiamo l’inno 239 “camminiamo” We are Marchin’ in the light of God

La legge per i diritti civili viene approvata il 10 febbraio 1964. Quella marcia pacifista e la figura di Martin Luther King hanno risonanza in tutto il mondo e le sue predicazioni e i suoi scritti vengono tradotti e letti in molti Paesi, ed anche in Italia: Il fronte della coscienza, Marcia verso la libertà, Perché non possiamo attendere, Dove stiamo andando: verso il caos o la comunità?, La forza di amare. Il 14 ottobre lo raggiunge un telegramma da Stoccolma: «Il premio Nobel per la pace è stato assegnato a Martin Luther King per aver fermamente e continuamente sostenuto il principio della non-violenza nella lotta razziale nel suo Paese». Coretta piange di gioia davanti ai giornalisti: «…valeva la pena di soffrire tanto. A Martin servirà per continuare gli sforzi nella lotta per l’uguaglianza dei neri», e i 34 milioni del premio vengono messi a disposizione della causa alla quale Martin Luther King ha dedicato la vita.

Tra mille difficoltà e molti oppositori Martin Luther King corre da una parte all’altra degli Stati Uniti a premere per le riforme richieste e il movimento si allarga alla lotta contro la povertà e contro il coinvolgimento degli USA nella guerra del Vietnam. Nel marzo 1968 sta preparando
Quando 250.000 neri e non, incluse persone da un ampio raggio di tradizioni di fede, si riunirono per la Marcia su Washington del 1963 che chiedeva i diritti civili ed eque King annunciò il sogno di giustizia e fraternità di Dio!

Ciascuno alzando la lampada annunci il Sogno e scacci l’incubo (lo stesso facciano tutte le persone che hanno una lampada)

Si concluda con la benedizione

“La bontà e la verità si sono incontrate, la giustizia e la pace si sono baciate”.
Salmo 85, 10

Ci si saluta con un bacio

Cantiamo l’inno 280 “We Shall Overcome”

Materiale multimediale

Common, John Legend, “Glory”

“Early morning, April four
Shot rings out in the Memphis sky
Free at last, they took your life
They could not take your pride”

Gli U2 scrissero questo pezzo (“Pride – in the name of love”) in memoria di Martin Luther King, pastore protestante

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