Diritti_11_1

di Franco Giampiccoli 

1954. Ci vuole uno sforzo di immaginazione. Siamo in piena guerra fredda. Nessun occi- dentale è mai andato in missione ufficiale in Cina. Dag Hammaskjøld, un diplomatico svedese nominato l’anno precedente Segretario generale delle Nazioni Unite, ha ricevuto dall’As- semblea dell’ONU un ampio mandato per tratta- re la liberazione di 11 membri dell’equipaggio di una aereo USA abbattuto nei cieli coreano-cinesi. Scandalosamente la Cina ha fatto sapere di averli processati e condannati come spie. Hammaskjøld ha interpretato l’incarico in modo del tutto impen- sato: non un’azione attraverso canali diplomati- ci, ma un incontro diretto nella capitale cinese. Ottenuto il consenso da Pechino, è partito tra la riprovazione generale per questa missione che può compromettere non solo la sua carriera ma anche il prestigio dell’ONU. Sull’aereo che lo porta verso la sua meta azzardata, annota sul suo dia- rio due versetti del Salmo 139: «Se prendessi le ali dell’aurora e andassi ad abitare nelle estreme regioni del mare, anche lì mi guiderebbe la tua mano». Tornerà dopo una settimana di incontri con i vertici cinesi, tergiverserà di fronte alle pressanti domande della stampa lasciando l’impressione di un sostanziale fallimento, ma permetterà così alla Cina di assumere, senza fretta, l’iniziativa: in capo a 8 mesi tutti i prigionieri statunitensi saranno libera- ti e la via sarà aperta ad un inizio di rapporti diretti tra USA e Cina. La citazione di un altro Salmo nel suo diario, il 115, segna la conclusione altamente positiva di questa crisi internazionale: «Non a noi, Signore, non a noi, ma al tuo nome dà lode».

Un uomo di fede, dunque. Ma di una fede total- mente e gelosamente privata, nascosta. Nessuno ha saputo della sua fede evangelica prima della sua morte nei cieli della Rhodesia, oggi Zimbabwe, quando, nel settembre del 1961 il suo aereo cadde, verosimilmente abbattuto, interrompendo la sua missione nella crisi del Congo, la più difficile, della quale non riuscì a venire a capo. Solo dopo la sua morte, infatti, fu trovato tra le sue carte il suo diario, insieme ad una lettera con cui affidava ad un amico il manoscritto contenente, secondo le sue parole, il suo unico e autentico «profilo», e aggiungeva: «Se trovi che valga la pena pubblicare le mie note, ti autorizzo a farlo, come una specie di “libro bianco” sul mio commercio con me stesso… e con Dio».

Chi si addentri nella lettura affascinante di que- sto diario1, i cui unici riferimenti «esterni» sono le date che da un certo punto in poi vengono apposte alle note, e il cui unico riferimento «interno» è il dialogo con se stesso e con Dio, non può non chie- dersi il perché di questa fede tanto intensa quanto nascosta.

Una ragione, pur parziale, sta nel carattere di un uomo ammirato per la sua estrosità, per la brillante capacità comunicativa, eppure descritto anche dagli amici come una persona riservata, restia a parlare di sé, un solitario.

Al di là del carattere, c’è un indubbio tratto volontario, programmatico. Nell’assumere il suo ruolo di Segretario generale alle Nazioni Unite, Hammaskjøld affermò che «nel mio nuovo incarico ufficiale l’uomo privato deve scomparire e il fun- zionario civile internazionale deve prendere il suo posto». Per lui certamente faceva parte del privato che doveva scomparire anche una sua esplicita impostazione religiosa che avrebbe avvicinato gli uni e allontanato gli altri. Si comprende così che la sua spiritualità inespressa si sia rispecchiata nel

progetto di una «stanza della quiete» che egli volle realizzare nel palazzo di vetro dell’ONU di New York: un locale anonimo, con un arredamento scarno e privo di ogni simbolismo religioso. Nel volantino destinato alla «gente di ogni fede» che avrebbe uti- lizzato quel locale, Hammaskjøld scrisse: «Tutti noi abbiamo dentro di noi un centro di quiete circon- dato da silenzio. Questa casa, dedicata al lavoro e al dibattito, al servizio della pace, doveva avere una stanza dedicata al silenzio, nel senso esteriore, e alla quiete, nel senso interiore. […]

È compito di chi viene qui riempire il vuoto con ciò che trova al centro della propria quiete interiore».

Eppure, il voluto riserbo religioso sentito come obbligo di ruolo non basta a spiegare la fede muta, tutta interiore di questo per- sonaggio. Teniamo conto del fatto che Dag Hammaskjøld è cresciuto e vissuto in un tempo e in un ambiente determinato. Nato nel 1905, è stato figlio del secolo liberale che dall’’800 si è protratto fino nel ’900 per poi naufragare
nella prima guerra mondiale. E sappiamo che il liberalismo ha esaltato al massimo,
in ogni campo, l’individualismo, riducen-
do al minimo il comunitarismo, nel campo dell’economia, della concezione dello stato, della vita ecclesiastica. Figlio del suo tempo, Hammaskjøld è stato discepolo, tra l’altro, di un grande maestro liberale, Albert Schweitzer di cui, ci testimoniano i suoi amici, aveva divorato, durante una vacanza in montagna nel 1948, la Storia della ricerca sulla vita di Gesù. Il Gesù che Hammaskjøld ha conosciuto e seguito è l’uomo che va consapevolmente incontro al suo martirio, il maestro di una morale fatta di dedizione e di intransigenza…

Sbaglieremmo tuttavia se noi archiviassimo sem- plicemente questa figura con l’etichetta ingiallita di «liberale». Pur ammaestra- ti da Karl Barth, il teologo che ha fatto uscire la teologia dalla strettoia liberale; reduci dall’inebriante ma breve stagione del comunitarismo; vivendo nel tempo in cui la nuova ideologia del neo-liberismo ha rilanciato una caricatura del valore dell’individuo abolendo ogni freno ai suoi peggiori istinti egoistici, abbiamo ancora molto da imparare da questo pro- tagonista del «secolo breve». Vorrei sintetizzare l’es- senziale in due «movimenti» strettamente interdipendenti.

Il primo è rappresentato da un costante «rien- trare in se stesso», con una introspezione infles- sibile, impietosa, volta a togliere di mezzo ogni auto-compiacimento, ogni tentazione narcisistica. «La “faccia” dell’altro è più importante della tua; se cerchi qualcosa per te, non potrai far conto di avere successo nel difendere gli altri». Questa vera e pro- pria scuola di umiltà è accompagnata dalla preghiera che sgorga dal profondo, o – come abbiamo visto – con le parole dei Salmi, o con parole che sono come ciottoli lisci sul fondo del ruscello della vita.

Tuttavia la spiritualità di Hammaskjøld, pur lasciando tracce – come egli dice nella lette- ra all’amico – «del mio commercio con me stes- so… e con Dio», è lungi dal limitarsi all’interiorità: essa è legata ad una vita di straordinaria attività. Il detto che infatti meglio esprime la spiritualità di Hammaskjøld è lapidario: «Nel nostro tempo la via della santità passa necessariamente attraverso l’azione».

Ma quale azione? Quella che passa per la via obbligata indicata dagli evangeli: «Se uno vuol veni- re dietro a me, rinunzi a se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8,34; Mt. 18,38, Lc. 14,27). Hammaskjøld ha compreso questa via indicata da Gesù nel modo più forte del testo (un po’ attenuato dalle nostre traduzioni), nel senso di auto-negazio- ne; ma lo ha fatto in modo positivo, scoprendo «che la via porta a un trionfo che è perdizione e a una perdizione che è trionfo».

In un senso solo apparentemente più lieve, egli parla dell’abbandono di sé come via della auto- realizzazione che ha imparato dai mistici medioe- vali che hanno trovato «la forza di dire sì a qualsiasi destino la vita avesse in serbo per loro. […] So che le loro scoperte sulle leggi della vita interiore e dell’azione non hanno perduto il loro significato». In questa prospettiva Hammaskjøld ha premesso al suo diario una parola di Meister Eckart: «Solo la mano che cancella può scrivere la verità».

Il diario di Dag Hammaskjøld è un impegnativo sostegno per chiunque abbia intrapreso la Via.

Note

1) Oggi disponibile in italiano nell’edizione Qiqajon – Bose 2005 dal titolo Tracce di cammino.