Una storia di grazia

Testimo_09_03

di Luca Baratto 

Questa è una storia di guerra. Anzi, no: è una storia di grazia. È tutte e due le cose: una storia che fa incontrare la forza delle armi e degli ordini e delle ritorsioni; e la debolezza inerme di chi può difendersi solo mostrando cosa c’è di più vero e autentico nel pro- fondo del proprio cuore. Soprattutto, è una storia vera. Io l’ho ascoltata alcuni anni fa da un’anziana insegnante della chiesa metodista di Napoli che, a sua volta, l’aveva udita da altri testimoni. In questa catena di trasmissione orale magari è già capitato anche a voi di sentirla raccontare, magari in una versione un po’ diversa da quella che leggerete qui, con qualche particolare diverso, come capita a tutte quelle storie che vengono trasmesse da voce a voce. D’altra parte, sono solo le storie inutili a rimanere uguali a se stesse fin nei minimi particolari.

La scena si svolge a Palombaro, un paesino dell’Abruzzo, durante la Seconda guerra mondiale quando l’Italia era occupata dall’esercito tedesco.

Erano tempi duri, di sofferenza e distruzione, anche perché le truppe occupanti spesso si lasciavano andare ad atti di violenza contro la popolazione civile. Se un distaccamento tedesco subiva perdite a causa di attacchi dei partigiani, la rappresaglia verso la gente inerme era possibile. Proprio questo accadde a Palombaro: mentre l’esercito era nelle vicinanze del paese, alcuni soldati vennero uccisi e per vendicarne la morte, il comando decise di dare alle fiamme l’intero paese. A Palombaro in quel momento c’erano solo donne, vecchi e bambini. Potete immaginarveli guardare i soldati che minacciosi si facevano sempre più vicini. Potete immagi- narvi il loro stato d’animo, la loro disperazione, la loro paura. Cercarono in tutti i modi di far cambiare idea agli uomini in divisa. Implorarono, piansero, invocarono quella pietà che si dovrebbe avere per chi non ha modo di difendersi né di fare del male. Ma fu tutto inutile: i soldati sono soldati e devono eseguire gli ordini ricevuti. Tuttavia, quando tutto sembrava perduto, successe qualcosa di inaspetta- to. Una delle donne di Palombaro iniziò a intonare un canto che lasciò di stuccò i soldati: era una melodia familiare alle loro orecchie e non avrebbero mai pensato di poterla udire proprio lì, in quel luogo, e proprio nel momento in cui stavano per compiere un atto tanto violento e spietato. Quella donna apparteneva alla chiesa metodista di Palombaro e l’inno che stava cantando era «Forte rocca è il nostro Dio», il famo- so corale composto da Lutero. Molti dei soldati tedeschi erano certamente luterani e forse la musica di quell’inno ricordò loro la vita da civili, le loro famiglie, il loro ruolo di padri, mariti e fratelli. Quella voce di una delle loro vittime seppe raggiunge- re i loro cuori e restituire loro l’umanità nascosta sotto la divi- sa. Improvvisamente quel luogo cambiò aspetto ai loro occhi. Guardarono le donne di Palombaro, spaventate ma decise a salvare il paese, e pensarono alle loro mogli o alle loro sorel- le; guardarono quei bambini in lacrime e riconob- bero i loro figli a casa in Germania, anche loro a patire per una lunghissima guerra. Guardarono quei vecchi ormai rassegnati e ricordarono i volti dei loro genitori o dei loro nonni. Senza dire una parola se ne andarono, lasciando Palombaro indenne, disob- bedendo agli ordini spietati dei loro comandanti.

È una storia di grazia. E soprattutto è una storia che mostra come anche la voce degli inermi sappia scuotere i violenti. Non sempre accade, spesso i piccoli paesi come Palombaro vengono distrutti e donne, vecchi e bambini uccisi senza scrupolo di coscienza. Ma anche in questi casi più tragici la voce dei deboli non può essere soppressa: quando sarà passato tanto tempo da non ricordare più nulla dei vincitori, la voce degli inermi continuerà a farsi udire perché la loro testimonianza è incancellabile.

Tuttavia, la storia di Palombaro rende vero quel che scriveva l’apostolo Paolo che nella debolezza dei suoi testimoni il Signore trova spazio per mani- festare la sua grazia e la sua potenza. «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza», dice il Signore. E le storie di fede sono storie di debolezza: quanta debolezza nel profeta Geremia che altro non è se non un ragazzo! Quanta debolezza in Gesù che ha salvato altri ma sulla croce non è stato in grado di salvare se stesso! Quanta debolezza in Paolo che si presenta non con miracoli o visioni o segni di potenza spirituale ma con la sola parola dell’evangelo! E quanta debolezza nelle donne di Palombaro che altro non possono opporre a una rappresaglia armata se non un canto!

Eppure nella debolezza di uomini e donne c’è un grande spazio per la potenza di Dio. Nella gio- ventù di un profeta c’è spazio per una parola forte di invito al ravvedimento e al cambiamento. Nella croce di Gesù c’è un immenso spazio per una grazia che vince anche la morte. Nella debolezza di Paolo c’è tutta la passione per un evangelo che è potenza di Dio. E quanto spazio c’è nella voce delle donne di Palombaro, nel loro canto, per l’azione del Dio che salva e restituisce gli esseri umani alla loro umanità.

Forse è questo ciò che sapeva anche il salmista quando si mostrava sicuro: Quand’anche camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.

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