Il mio esodo

Colori_esodo

testimonianza 

 

La testimonianza che riportiamo di seguito è stata raccolta da Alexandra Anderson, mis- sionaria della Baptist Missionary Society che ha svolto il suo ministero presso la chiesa battista di Siracusa dal 2007 al 2010.

Il mio nome è Mille perché sono la voce di migliaia di ragazze che come me sono state o sono tuttora vittime di tratta, ragazze che sono indotte con l’inganno a lasciare il loro paese in Africa per raggiungere destinazioni in tutta l’Europa.

Mio padre lasciò mia madre e i miei sei fratelli e sorelle quando ero un’adolescente. Non essendo in grado di sfamare la sua famiglia, mia madre mi mandò da suo zio in un villaggio distante dal mio. La famiglia di mio zio mi trattava come una schiava e perciò decisi di scappare. Una sera, mentre tutti dormivano, presi le mie poche cose avvolgendole in un fazzoletto e corsi via senza mai voltarmi. Non sapevo dove stavo andando, ma non riuscivo a fer- marmi. Corsi per tutta la notte lungo la strada buia.

Alle prime luci del giorno vidi una donna sul ciglio della strada. Mi chiese se avevo bisogno di aiuto e m’invitò a casa sua, dove mi preparò da man- giare. Mi disse che si sarebbe presa cura di me e che mi avrebbe trovato un lavoro. Sembrava così gentile e carina che non avevo motivo di sospettare di lei.

L’indomani mi disse che conosceva una persona che cercava una ragazza come me per lavorare in un grande hotel a Roma. Non sapevo dove era Roma, sapevo solo che era in un posto molto lontano che si chiamava Europa. La donna mi disse che il viaggio mi sarebbe costato caro, ma che lei fosse disposta ad aiutarmi a patto che io facessi tutto quello che mi chiedeva. La sera mi portò dallo stregone del vil- laggio che mi fece fare un patto voodoo di lealtà alla

donna. Mescolando il mio sangue preso da un taglio fatto sul mio avambraccio col sangue di un gallo mi fecero giurare sulle vite dei miei cari che non avrei mai tradito la donna. Anche se sono cristiana, non ho saputo resistere per la paura dato che minaccia- rono che, se mai avessi tentato di liberarmi di lei, sarebbero accadute cose orrende alla mia famiglia.

L’indomani mi trovai in viaggio a bordo di un camion strapieno di gente. Il viaggio durò diverse set- timane. Finalmente arrivammo in Libia. Attraversando il deserto vidi molti cadaveri sulla sabbia rovente e molti altri africani che camminavano verso la terra promessa e mi vennero in mente Mosè e gli israeliti.

Mi ammalai a causa della mancanza di cibo e acqua e pensavo di morire per assideramento, ma alla fine arrivammo alla frontiera in un posto chiama- to Contact House. Qui le guardie ci separarono – le donne vecchie e malate da una parte e le donne più giovani dall’altra – e poi cominciò un incubo di stupri e aggressioni che durò due mesi. A un certo punto ero così debole e malata che le guardie mi portaro- no fuori dal recinto carcerario a morire. Guardai in alto e vidi il cielo stellato e pregai come non ho mai pregato prima. Non so come, ma il Signore mi diede forza. Sopravvissi e dopo non molto tempo mi trovai a bordo di un altro camion diretto verso la costa. Giunti sulla costa, salimmo – io e sessanta altri “passeggeri” – a bordo di una barca di legno. Il capitano ci chiese molti soldi, ma pagò mio «fratello» cioè l’uomo che mi accompagnava.

Avevo tanta paura e non ci vedevo più bene dalla fame. Non avevo mai visto il mare in vita mia e mi sembrava un grande mostro che a momenti ci avrebbe inghiottiti vivi. Dopo un paio di giorni ci avvicinammo alla costa dell’Italia dove il capitano ci scaricò tutti quanti su un gommone ad aspettare che la Guardia Costiera ci venisse a prendere. La guardia costiera arrivò giusto in tempo perché il gommone stava imbarcando acqua sotto il peso di tanti corpi umani. Così arrivammo all’isola di Lampedusa dove ci misero in un centro di accoglienza per un mese.

Mio «fratello» pagò la cauzione e io e altre tre ragazze continuammo il nostro viaggio per l’Italia.

Al termine di un viaggio durato 8 mesi arrivam- mo in una grande città. Davanti a una casa riconobbi la donna che avevo conosciuto nel mio paese. Le chiesi dove era l’albergo dove avrei cominciato il mio nuovo lavoro ma lei rise amaramente e mi diede una borsa piena di vestiti strani. Mi disse di seguire un’al- tra ragazza africana che mi aspettava nel corridoio dello squallido appartamento. Entrando nella casa e vedendo i vestiti che dovevo indossare capii subito che tipo di lavoro mi volevano far fare e mi ribellai.

La ragazza cercava di convincermi, ma mi rifiutai di collaborare. La donna mi picchiò e mi rinchiuse in una stanza per tre giorni senza cibo né acqua. Alla fine ero disposta a fare qualsiasi cosa mi chiedesse- ro. Quando mi ripresi, mi mandarono a prostituirmi per le strade. Piangevo dalla rabbia e dalla vergogna. Per cinque mesi vissi in un inferno in cui mi erano concesse solo tre ore di sonno ogni notte. Dovevo

lavorare per ripagare alla donna 50.000 euro, la somma da lei sborsata per il viaggio in Europa. (…) Alcune delle ragazze non ce l’hanno fatta, alcune si sono ammalate, altre sono impazzite, alcune si sono rassegnate… ma io no. Sapevo che avevo un Dio grande e potente che mi avrebbe salvata e un gior- no mi ha dato il coraggio di scappare. Non so come, ma sono riuscita a tornare in Sicilia dove Dio mi ha condotta nelle braccia di due missionari che mi hanno accolta senza giudicarmi. Sono rimasta con loro finché non mi sono sentita abbastanza forte per cercare di crearmi una nuova vita. Ora ho una nuova vita, la vita che ho sempre sognato. Lavoro come receptionist con regolare contratto e ho potuto anche riprendere i miei studi. Il Signore è grande!

La testimonianza è tratta dal dossier monografico «Giornata europea contro la Tratta degli esseri umani, 18 ottobre 2010», a cura del Servizio rifugiati e migranti della Fcei.

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