Una poesia teologica

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a cura della redazione 

Gli studiosi identificano i versetti da 1 a 18 come il Prologo di Giovanni o del Quarto Vangelo. Il Prologo è una poesia teologica scandita ritmicamente che ha fondato convinzioni teologiche diverse e per questo motivo è stata argomento di aspre contese. Il Prologo è una solenne dichiarazione di fede in cui il personaggio principale è la parola di Dio che è vita, luce e si fa carne in Cristo Gesù.

Il discorso su Gesù Cristo, la scansione ritmica e la struttura sono le caratteristiche del Prologo. Ma proprio i tratti distintivi di questi diciotto versetti hanno aperto una discussione tra chi ritiene che il Prologo sia un testo unitario con il resto del Quarto Vangelo e chi, invece, ritiene che esso sia stato aggiunto successivamente. Entrambi i partiti fonda- no le loro argomentazioni sull’affinità o sull’estra- neità del linguaggio del Prologo rispetto al resto del vangelo. A noi sembra che il Prologo provenga dallo stesso ambiente del Quarto Vangelo, forse scritto dallo stesso autore e aggiunto successivamente oppure da un suo discepolo che conosceva bene il suo pensiero.

Gli studiosi sono unanimi nel considerare il Prologo una poesia la cui metrica è largamente debitrice alla metrica biblica e in particolare a quella della Sapienza, di Siracide e dei Proverbi. Inoltre c’è un generale consenso nel ritenere il Prologo frutto dell’innologia cristiana antica.

Il termine parola, in greco “logos”, rivela che il Prologo è stato scritto in un ambito culturale e religioso nel quale si cercavano delle mediazioni ter- minologiche e di contenuto tra la cultura ellenistica, quella biblica e giudaica. Già i testi della Sapienza e dei Proverbi, anch’essi nati nella stessa temperie culturale, affermano che la parola o la sapienza di

Dio sono autrici della creazione e hanno un ruolo di mediazione tra Dio e la creazione stessa.

Individuare una struttura nell’andamento poeti- co del Prologo è un’operazione discutibile, tuttavia utile per capire e spiegare i diciotto versetti. Un po’ rigidamente si può dividere il Prologo in tre parti:

Versetti da 1 a 5: La parola, Dio e la creazione; Versetti da 6 a 13: Giovanni il battezzatore, la luce del mondo e la sua ricezione;

Versetti da 14 a 18: L’incarnazione della parola e la comunità cristiana.

Questa divisione un po’ schematica può essere 

arricchita con una comprensione del Prologo come una serie di cerchi concentrici o come una parabola che parte da Dio, scende verso il mondo e torna a Dio: “nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio che è nel seno del Padre, è quello che lo ha fatto cono- scere” (v. 18).

Veniamo dunque al commento delle singole parti.

Il rapporto intimo tra la parola e Dio (versetti 1 e 2) apre il Prologo. Con un’affermazione e una nega- zione assoluta si enuncia che solo la Parola è media- trice tra Dio e la creazione (versetto 3). Il quarto ver- setto – oggetto di un acceso dibattito – afferma che la vita e la luce sono le qualità della Parola di Dio e perciò della realtà che è stata creata per mezzo di lei. Successivamente Gesù dirà di sé:

«Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita». (Giovanni 8, 12)

Entra in scena un nuovo personaggio: le tene- bre. Esse non sono immediatamente identificate con l’umanità. Piuttosto si vuole dire che la Parola di Dio irrompe in un ambiente conflittuale (versetto 5).

L’entrata in scena di Giovanni, l’uomo mandato da Dio, accentua la sequenza ritmica del Prologo. Giovanni non è egli stesso la luce ma colui che testi- monia della luce (versetti da 6 a 9).

I versetti da 10 a 13 affermano che l’accoglienza della parola di Dio non è stata univoca: alcuni non l’hanno riconosciuta (10), mentre altri l’hanno rice- vuta (12). Coloro che hanno ricevuto la Parola del Signore e hanno creduto nel suo nome (espressione rara, usata solo due volte nel Quarto Vangelo), rice- vono l’autorità di essere chiamati figli, figlie di Dio. Questa condizione dipende solamente dalla volontà di Dio (13). L’espressione poetica «non sono nati da sangue, né da volontà di carne, né da volontà d’uo- mo» esclude l’apporto umano dalla generazione divina.

«E la parola è diventata carne» (14): è un’affer- mazione luminosa in tensione con quanto appena detto sulla carne. Ora il personaggio principale è la parola incarnata. La metafora dell’abitazione illustra quello che sarà poi concettualizzato nel termine incarnazione. L’immagine riprende il tema dell’abita- zione di Dio nella tenda dell’incontro o nel tempio. I profeti avevano inoltre parlato dell’abitazione di Dio in mezzo al popolo. Il Prologo afferma che Dio abita nella storia umana per mezzo di un uomo: Gesù Cristo. Quest’uomo ha un rapporto particolare con Dio: è l’unigenito dal Padre. I termini grazia e verità sono determinanti per capire la predicazione del Quarto Vangelo. Ad esempio Gesù è il vero inviato di Dio. È il vero perché in Cristo Gesù si compie defi- nitivamente la manifestazione di Dio ed è l’evento nel quale Dio rivela la sua grazia.

Con i versetti 15 e 16 rientra in scena Giovanni. Il versetto 17 introduce il rapporto tra la Torah e Cristo e perciò tra la sinagoga e la comunità cristiana. Secondo l’autore del Quarto Vangelo, Gesù Cristo è la rivelazione definitiva e piena della luce di Dio.

L’identità e l’opera di Gesù Cristo trovano il loro significato in relazione a Dio padre. Solo il figlio ha accesso al Padre perché è stato nel suo seno e ha avuto una relazione intima con lui. Sembra che siamo ritornati al versetto 1, eppure tutto è cambia- to perché la Parola di Dio è diventata uomo in Cristo Gesù.

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