Crescere senza anabolizzanti

05-diversi sentieridi Raffaele Volpe

 

Che crescere sia indispensabile, lo sa ogni buon pediatra. Con i suoi parametri misura il peso, l’altezza. Un po’ meno la crescita intellettiva ed emotiva del bambino. I soliti limiti, si misura il prodotto interno lordo, ma non si tiene conto della qualità della vita.

Una chiesa è come un corpo che cresce. Nella qualità e nella quantità. Nel numero, nella varietà generazionale, nella conoscenza, nella maturità emotiva. Un corpo che tende costantemente verso l’equilibrio, ma solo come un funambolo che rischia di sollevare un piede dalla fune per fare un passo in avanti.

Prendersi cura

La chiesa di Firenze è cresciuta in questi ultimi anni prendendosi cura. Soprattutto degli immigrati e degli anziani. La cura è un tessere relazioni, un sacrificare il tempo, un rimetterci economicamente. Ci vuole un certo numero di fratelli e sorelle che sia disposto a rischiare, a correre tra gli uffici dell’Inps, a scalare le differenze culturali. Devi specializzarti in cercare casa, lavoro. In questura devono conoscerti personalmente. Un po’ come nella parabola dell’amico rompiscatole al quale gli si dà un pezzo di pane per toglierselo dai piedi.

Tutto questo impegno ha dato i suoi frutti. A Firenze non c’è più una chiesa battista, ce ne sono quattro: una in lingua italiana, un’altra in lingua francese, poi quella rumena e infine, l’ultima arrivata, in lingua inglese (filippina). Quattro comunità che sono in comunione tra loro, che fanno cose insieme.

Anche prendersi cura degli anziani porta i suoi frutti. Le persone vogliono sapere che c’è un luogo in cui altre persone sanno interessarsi di loro, della loro salute. In quest’ultimo anno abbiamo messo su un progetto mediatico. Mi spiego. Ogni prima domenica del mese viene proiettato un breve filmato di una persona anziana che non può più venire in chiesa. In quell’occasione si prega per lei. Nell’arco della settimana riceve molte telefonate. Tutto questo aumenta il tasso di fiducia. Se una chiesa sa prendersi cura è affidabile.

I gruppi di preghiera

In una città è sempre più difficile portare le persone in chiesa. Noi stiamo provando a portare la chiesa alle persone. Abbiamo attualmente quattro gruppi di preghiera che ogni settimana si incontrano in diverse zone della città. Con modalità diverse, a secondo della conformazione del gruppo. Si sta insieme, si prega, si canta, ma spesso si mangia, si chiacchiera, si condividono problemi e speranze.

E’ la chiesa-casa, spazio intimo e familiare, dove è più facile aprirsi, più semplice invitare un amico. Finora non siamo riusciti a coordinare meglio i gruppi, c’è stato poco lavoro tra gli animatori. Ma crediamo fermamente che sia il mezzo più efficace di evangelizzazione e continueremo, quindi, ad investire il nostro tempo e le nostre energie per renderlo sempre più efficace.

Pochi ma buoni

L’altro obbiettivo è di organizzare in chiesa, ogni anno, un numero di incontri pubblici. Pochi, ma buoni. Scegliere all’inizio dell’anno ecclesiastico un tema, un filo rosso. Intorno a queste serate organizzare una cena, un concerto. Rendere piacevole il partecipare. Spesso una persona è interessata ad un tema biblico, ma anche a degli amici.  Vuole essere stimolata, sfidata, ma spesso anche accolta e consolata. Nei luoghi in cui invitiamo le persone si deve respirare un’aria distesa, di persone che si sono affidate a Dio e hanno trovato nel profondo dell’anima una incrollabile serenità.

Una grande flessibilità

Per crescere, sostengono alcuni, bisogna avere un’identità forte. Esclusiva. Compatta. Se molte chiese “evangelicali” crescono è perché sanno fornire un abito uguale per tutti. La nostra sfida a Firenze è di percorrere la strada opposta: scommettere di crescere intorno ad una identità flessibile. La chiesa più che spazio di uniformità si fa luogo di incontro di stranieri morali (e non solo) che, insieme, faticosamente, costruiscono un consenso. L’identità è sempre un cantiere aperto. Un progetto. Qualcosa che bisogna costantemente costruire e decostruire. Nessuno può imporre all’altro la linea. Nessuno può dire all’altro: così è la chiesa, e non può essere altrimenti. Qui ci vuole una profonda consapevolezza teologica: quel che ci accomuna, che ci tiene uniti, insieme, è la grazia di Dio, l’assoluta sua misericordia. Tutti i nostri sforzi, invece, sono relativi. Sono sottoposti alla naturale corrosività di tutto ciò che è umano.

Questo modello ha un tasso elevato di conflittualità. O meglio, non tende, come nel modello “evangelicale” a risolvere la conflittualità per mezzo della esclusione, ma accoglie la conflittualità stessa come segno di vitalità della chiesa.

La poliedricità

Un’identità flessibile richiede una grande poliedricità. Un assumere forme diverse. Un’apertura della chiesa ad ogni genere di attività. Gli spazi comunitari diventano un palcoscenico dove si possono allestire scenografie diverse. In chiesa entra la ragazzina che viene ad imparare a suonare il pianoforte, il cuoco professionista, la grafologa. Una grande varietà di persone, con interessi diversi, confluiscono negli spazi comunitari, socializzando con i membri di chiesa, conoscendo la realtà stessa della chiesa.  La chiesa diventa un crocevia, un attraversamento pedonale, un parco e non una fortezza sigillata, che incute timore ed è spesso afflitta dalla polvere.

Abbozzo finale

Crescere è un processo lento. Delicato. Che non richiede anabolizzanti. Si cresce costruendo relazioni, investendo tempo, sacrificando energie. Evangelizzare non è un metodo, è vivere. I nostri corpi e non solo la nostra bocca, i nostri fallimenti e non solo i nostri successi, proclamano agli altri il grande messaggio: Dio in Gesù Cristo ama ognuno di noi fino al prezzo della vita.

 

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