pieradi Piera Egidi Bouchard

 

 

e guardo indietro alla mia vita, vedo con stupore che il variegato mondo battista mi ha sempre circondata, amorevole come le onde di un mare accogliente, in mille incontri e volti, fin dalla mia confessione di fede cristiana dall’agnosticismo, a Pentecoste del 1986 nel tempio valdese di Torino, in cui testimoniai che «Gesù è il Signore e dà la vita». Fu un difficile percorso, durato sette anni, dall’agnosticismo e da una formazione filosofica alla fede. E come tutti coloro che diventano credenti in età adulta, ho sempre sentito grande sintonia sul tema della «conversione» col mondo battista ed evangelical, perché dentro di me ho sperimentato il sorriso e il canto della fede, la stessa gioia della grazia che leggo negli occhi sorridenti di questi fratelli e sorelle.

Ma se vedo una «pista» che unifica il percorso dei miei incontri, questa si riassume in un termine solo: giornalismo. Nel 1986 il neo-moderatore Franco Giampiccoli mi nominò nel comitato de «La luce». Lì incontrai il pastore Domenico Tomasetto, così come anni dopo, nella redazione di «Riforma», lavorai col pastore Emmanuele Paschetto, sedimentando una profonda amicizia con lui e sua moglie Didi. La famiglia di Paolo, Christine Spanu e ragazzi, allora liceali, fu la prima che mi accolse, in un’affettuosa cena a Roma, ricordo, e con Christine lavorammo poi molto insieme nella Federazione delle donne evangeliche in Italia (Fdei) di quegli anni, dove conobbi tantissime altre amiche, che ho poi intervistato nei miei  libri («Voci di donne» e «Sguardi di donne», ed. Claudiana), scritti per il Decennio ecumenico di solidarietà delle chiese con le donne.

Quello fu un compito che mi prefissi, quando nel ‘93 fui designata dalla Tavola valdese coordinatrice di una commissione apposita, in cui io chiesi fossero subito nominate anche le battiste. Ho sempre creduto fortemente nel percorso comune «Bmv»! E così pure lavorammo insieme quando fummo nominati nel «pensatoio» di quel «giornale unico», che poi prese il nome appunto di Riforma: titolo che era al tempo stesso la comune radice e il senso di un percorso, e ci unificava tutti.

Per anni ho sempre scritto e scritto, tanto che le prime volte che, deponendo il mio taccuino silenzioso, ho preso la parola in una riunione tutti si sono stupiti! Erano abituati a leggermi solo stampata, come se non avessi una mia spontaneità e una mia voce… E anch’io trovavo difficile mediare in me stessa la contraddizione tra l’essere persona che agisce e al tempo stesso persona che racconta.

E quegli anni di Napoli (dal ’90 al ’94) sono stati anche anni di Roma, perché sono stata subito nominata in tutto il lavoro giornalistico della Federazione delle chiese (Nev, Protestantesimo), e ho iniziato la pagina «Incontri» per la rivista ecumenica Confronti. E sono stati anni della scoperta del Sud evangelico: venivo invitata a tenere conferenze, e furono gli amici Lina e Salvo Rapisarda, pastore battista, ad esempio, ad ospitarmi a Catania e Siracusa. E a Napoli in quegli anni condivisi con la chiesa battista di via Foria l’esperienza della corale, a cui io partecipai fin dall’inizio con grande gioia.

Il battismo era nel mio destino, perché io e Giorgio Bouchard diventammo grandi amici con la famiglia del pastore battista Nicola Lella e di sua moglie Ada. Così come, ricordo, il primo culto in chiesa battista a cui partecipai, fu a Mottola, quando Giorgio fu invitato per una conferenza e la predicazione. Mi colpì moltissimo il calore del canto e della spiritualità e l’affettuosità dell’accoglienza. E negli anni seguenti, tornati a Torino, fummo invitati per quattro estati ai «campi giovani» del centro batttista di S. Severa: anche lì amicizie che durano fino ad oggi.

Devo al mondo valdese la pazienza silenziosa con cui ha saputo accogliere il mio travagliato percorso di avvicinamento alla fede, e come ha saputo fortificarlo in una severa cornice biblica e teologica, di cui avevo bisogno per mettere insieme razionalità e preghiera. Devo al metodismo la scoperta, soprattutto a Napoli, a Ecumene, e poi a Mezzano, del cristianesimo sociale. Ma devo al mondo battista la forza della vocazione, l’impellente richiamo che mi fu rivolto a predicare in una piccola comunità di montagna senza pastore, Meana di Susa, e che mi «obbligò» a uscir fuori dalle mie incertezze esistenziali e a mettere la mia vita «al servizio»: un percorso iniziato con l’elezione al pastorato, cinque anni fa.

Cosicché, se ci penso, assume un significato profetico la scelta che feci alla passata Assemblea-Sinodo del 2000 a Torre Pellice, quando, vedendo i due cortei che confluivano: quello valdese, coi pastori in toga che muovevano severi dall’aula sinodale, e quello battista, di gente colorata e disordinata, con bambini e cagnolini, che si avviava, mi chiesi: e io, semplice membro evangelico, di questo evangelismo ampio in cui mi ritrovo, dove mi metto? Scelsi l’allegro disordine del corteo battista, scherzando di qua e di là con tutti mentre chiedevo: «Mi volete?».