Laiza, una persona speciale

pazienti in attesa ambulatorio MtangeAnna Maffei

Il viaggio per Mtange appare ancora più lungo di quello che è perché a un certo punto si abbandona la strada parzialmente asfaltata per prendere una pista in terra battuta. Il tragitto è pieno di buche e i ponti che attraversano i corsi d’acqua (siamo nella stagione delle piogge) sono quasi tutti crollati. Il paesaggio alterna campi di cotone e granturco a zone non coltivate dove campeggiano grandi e maestosi baobab. Mentre percorriamo la pista scompaiono i pali della luce. Ci rendiamo conto che qui non arriva più la corrente. Sui bordi della strada incontriamo persone che camminano. I bimbi – e ce ne sono tanti – vanno a scuola a piedi e portano le scarpe in mano per non consumarle. Spesso devono coprire tragitti di chilometri. Quando ci segnalano che siamo arrivati, scendiamo accanto a due capanne e ci viene presentata Laiza.

Laiza è un’anziana infermiera che nonostante sia già in pensione continua ad occuparsi dell’ambulatorio perché non c’è nessun altro che lo fa. La sua capanna sta a qualche chilometro dall’ambulatorio. È sabato, non dovrebbe andare a lavorare ma ci accompagna. Appena arriviamo troviamo una fila di mamme con i propri bambini che aspettano che qualcuno si prenda cura di loro. Così Laiza indossa il camice e comincia a lavorare. Ci sono pochi farmaci, pochissimi. Ma lei comunque ascolta le pazienti e offre, se non altro, consigli. Compila diligentemente schede e statistiche. Un cartello posto alle sue spalle invita con una certa amara ironia all’uso del profilattico per non essere contagiati dal virus dell’Aids.

Laiza è una persona speciale. Combatte da sola con la mancanza di medicine, con la carenza di manutenzione, di comunicazione (non ci sono telefoni), di mezzi di trasporto, di soldi, di aiuto. A volte trova un passaggio e arriva fino all’ospedale di Sanyati ma non riesce ad avere le medicine che le servono perché non le hanno neppure loro. Una volta i sei ambulatori rurali erano visitati da un medico regolarmente. Arrivava con un piccolo aereo di turismo che atterrava in una radura in mezzo ai campi, ma erano altri tempi. Ora non c’è neppure un’ambulanza. Laiza alla fine della visita ci mostra un portico. Lì, a volte, – racconta – quando non può fare altro raduna le sue pazienti e prega con loro. Lei sa bene cosa significa soffrire per un bimbo ammalato e non poter far niente. Aveva anche lei quattro figli ma sono tutti andati. Li ha portati via l’Aids. Le è rimasta solo una figlia ma è andata a vivere nel Botswana. Così oltre a portare avanti l’ambulatorio come può, Laiza cura insieme a suo marito, diacono della piccola chiesa battista, e ad una nuora i suoi nipotini. Sono in tanti nello Zimbabwe i nonni che allevano i piccoli orfani dei propri figli.

No, non dimenticherò Laiza. Non la dimenticherò. Più di ogni altra persona lei incarna per me l’antica promessa apocalittica: «Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita».

 

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