Mi sono sentito subito a casa

stranieri_04_01a cura di Lidia Giorgi

 

Circa 18 anni fa è arrivato in Italia da Enugu, una città a sud della Nigeria, una volta capoluogo del Biafra, Orji (cognome) Gideon Chiebonam. Quest’ultimo è il nome ibo (della tribù di appartenenza) e significa: «Se il Signore non mi giudica, nessun altro può giudicarmi». Gedeone ci ha raccontato la sua storia. «Ero un insegnante. Ad un certo punto ho deciso di andare un po’ avanti con gli studi, ed è per questo che sono arrivato in Italia. Qui c’era già qualcuno che conoscevo, un amico che abitava nello stesso mio villaggio e insieme frequentavamo la stessa chiesa». – Quale chiesa frequentavi? Puoi darci qualche notizia? «Frequentavo la chiesa anglicana. Ho constatato che in Italia, questa confessione è un’istituzione britannica ben diversa dall’esperienza che avevo fatto nel mio paese dove è una chiesa riformata, libera, gioiosa, dove si canta tanto e si evangelizza». – Quando sei venuto in Italia e perché? «Sono arrivato in Italia nel 1986 e, come ho già detto, il motivo principale era di proseguire gli studi. Volevo approfondire alcuni aspetti pratici, tecnici e poi far ritorno nel mio paese. Purtroppo la situazione lì è andata sempre peggiorando e ho deciso di rimanere in Italia, rinunciando al lavoro di insegnante che mi piaceva molto. Mi sono poi sposato (ero già fidanzato prima di venire in Italia) e ho così deciso di continuare la mia vita qui. All’inizio sono stato a Salerno insieme ad altri miei connazionali; la vita era dura: raccoglievamo i pomodori… poi andavamo a vendere per le strade (i famosi “Vucumprà”)… ma a quel tempo non era come adesso. Erano le stesse ditte italiane che organizzavano il lavoro, fornivano le merci: detersivi, prodotti per la casa, e anche i furgoni per gli spostamenti dei lavoratori che erano essenzialmente studenti. La sede era a Padova. Un giorno siamo venuti al Nord, in occasione di uno di questi spostamenti, e abbiamo cominciato a lavorare a Padova, Rovigo, Verona. Mio cognato, che è un tipo molto intraprendente, ha terminato i suoi studi e ha cercato casa a Rovigo. Nel frattempo ha saputo che proprio a Rovigo esisteva una chiesa battista e anch’io mi sono trasferito qui. Erano gli anni ‘89-‘90». – Come è stato l’inserimento nella comunità battista? «Ci siamo subito sentiti a casa. Abbiamo incontrato una comunità aperta, solidale con chi si trova in difficoltà. Nella vita, ognuno ha bisogno di sapere che è amato. La chiesa ci ha dato questo. Ci siamo inseriti bene, io attualmente sono anziano di chiesa. Ciò che più ci ha colpiti e ci ha incoraggiati a entrare a far parte di questa famiglia sono state l’accoglienza e l’impegno per la libertà. La chiesa battista è una chiesa che sa accogliere e sa anche difendere i diritti degli oppressi. Il culto non è rigido ma si muove secondo lo Spirito».

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