Vivere l’avventura della fede con speranza e gioia

Le_chiese_04_01di Franco Casanova

La chiesa battista che si raccoglie in via Passalacqua a Torino, ebbe inizio nel lontano 1878 ad opera del medico pediatra Secondo T. Laura. Nel 1904 fu inaugurato il Tempio, grazie al contributo finanziario della Missione Battista Inglese che, col missionario W. K. Landels, diede un notevole sviluppo all’opera di evangelizzazione dei battisti nella città di Torino. A cento anni dalla sua costruzione, il Tempio testimonia ancora oggi la presenza evangelica battista nel quartiere Centro di Torino. Da oltre un decennio la chiesa ha assunto una nuova identità: da etnica si è trasformata in chiesa multietnica. Credenti provenienti da circa una dozzina di nazioni si sono inseriti a pieno titolo nella sua vita trasformandola nel suo modo di essere e di fare culto. L’Evangelo, che ci chiama a vivere per il Signore, ci fa discutere e ci mette in discussione, ci strappa dalle nostre convinzioni e ci dona una vita ricca ed esuberante. Non è facile, in una città articolata e alienante come Torino, riuscire a dare segni di accoglienza e di rispetto, di condivisione e di solidarietà. Soprattutto, non è facile testimoniare che in Gesù Cristo, Dio ha veramente raggiunto la nostra umanità per offrirci la sua compassione, il suo soffrire con noi per soccorrerci nel momento del bisogno. Accanto a chi s’impegna nella costruzione del senso della vita e a chi, deluso, non lo cerca più, la chiesa che si raccoglie in via Passalacqua osa vivere, per la fedeltà di Dio, l’avventura della fede. Per questa ragione, quel poco che si riesce a fare, è vissuto con grande speranza e con immensa gioia.

Testimonianza

Quando incontrai Franco, molti anni fa, in una scuola della «cintura» di Torino, ricordo che, dopo qualche tempo, trovò modo di dirmi, con quel suo fare garbato e sereno, che era un pastore evangelico, un credente battista. Conoscevo Franco appena da qualche mese, mi piaceva la sua cordialità, il suo modo aperto e cortese, e la sua confidenza m’incuriosì e mi interessò. Quello che di lui mi colpì subito, e che ho avuto modo di constatare in seguito negli anni, fu la sua fede serena e quieta, mai sbandierata, ma convinta, ferma, vissuta. La chiesa che frequento assomiglia a lui. La stessa semplicità, la stessa cordialità e disponibilità, e poi, su tutto: «Cristo, ogni cosa e in tutti». La chiesa di via Passalacqua, col tempo, è diventata per me un punto di riferimento. Il culto, le letture, lo studio biblico, l’accettazione fraterna che ho sempre avvertito nei miei confronti, il rispetto senza riserve verso chiunque si presenti, in particolare verso coloro che ancora possono apparire confinati nel «cono d’ombra» dell’incertezza e della ricerca. Al momento mi considero fortunato ad «essere inciampato» in questa comunità. Il futuro non dipende da me. Del resto, dice il profeta, «chi può conoscere i pensieri del Signore?».

Attilio Costantino

La nostra microdiaconia

Siamo già una chiesa multietnica, perché circa un quarto di noi sono stranieri, membri a pieno titolo della comunità, e lo stesso dicasi per il gruppo giovanile. Abbiamo infatti fratelli e sorelle di 14 nazionalità. Questo spiega perché buona parte della nostra diaconia ruota intorno agli stranieri (non solo battisti) che approdano in via Passalacqua, in cerca di comunione spirituale e solidarietà umana. La solidarietà consiste nel procurare alloggio (in casa propria o in una foresteria di prima accoglienza, di cui si paga l’affitto), lavoro (sono state assunte varie persone, come colf o come manovali), aiuto per la regolarizzazione, per imparare l’italiano, per orientarsi sul piano degli adempimenti burocratici e legali e sui servizi assistenziali disponibili nella città. C’è chi regala alle prostitute Bibbie e legna da ardere. Una di esse, ha frequentato la nostra chiesa, è stata aiutata a lasciare questa condizione e ora (grazie anche al progetto Ruth) è tornata in patria dove ha aperto un negozio. Alcuni ex carcerati ci sono affidati dal giudice per sostegno, assistenza medica e tutoraggio. Per un certo periodo si è tenuto un deposito bagagli. Nei nostri locali ospitiamo riunioni non solo di credenti stranieri (rumeni, sudamericani, cinesi) ma anche di gruppi che svolgono attività di rilevanza sociale e culturale. Vi sono inoltre adozioni (a distanza ma in qualche caso anche nella propria casa) di bambini e adulti. A queste attività si aggiungono le visite (agli ammalati, agli anziani, alle famiglie) nelle quali le donne della nostra chiesa si distinguono per dedizione e puntualità. Non ci vantiamo di queste cose, sappiamo che non risolvono i grandi problemi, che altri le fanno meglio di noi, che noi stessi potremmo fare di più, ma ringraziamo Iddio poiché, anche con i fratelli e le sorelle stranieri, ha arricchito i nostri culti con i loro canti, la loro fede e la loro giovinezza.

Maurizio Girolami

Dai ricordi d’infanzia

È l’estate del 1945. Dopo tre anni di guerra e venti terribili mesi di guerra civile, siamo finalmente in pace. Nella nostra comunità rientrano le famiglie sfollate dopo i bombardamenti del 1940-41. Io ho 14 anni. Ricominciano le lezioni della Scuola domenicale, ma molti di noi sono ormai grandi per mescolarsi coi bambini. Nasce l’Unione giovanile battista e inizia per me un periodo meraviglioso. Siamo un gruppo di circa 25 ragazzi e ragazze e ci ritroviamo un paio di volte la settimana per stare insieme. Si organizzano studi biblici, conferenze, serate di divertimento, la filodrammatica, la corale, gite in montagna. «Domenica si va in gita alla chiesa di Sant’Antonino», oppure: «Si sale a Meana». Ricordo durante il viaggio seduti per terra cantavamo inni, canzoni di montagna. A distanza di tanti anni forse le nostre attività di allora possono sembrare puerili ai nostri giovani di oggi, ma credo che quella Unione giovanile abbia avuto un certo peso nella mia formazione di membro di una comunità battista.

Nella Centola Righetti

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