Resurrezione, una questione di vita

pagina 04di Cristina Arcidiacono

 

Cara amica mia,  per il funerale della tua mamma mi hai chiesto di dire solo parole di speranza. Di fronte ad una perdita, al vuoto lasciato dalla morte nella vita di una figlia forse il silenzio è l’atteggiamento più consono. Non un silenzio indifferente, muto, ma un silenzio che sappia ascoltare il pianto come l’incredulità, la rabbia come l’incapacità o il sentimento che nulla sarà più come prima. Un silenzio che faccia spazio al dolore, al tuo dolore. E il dolore ha bisogno di spazio.

Di fronte alla morte non ci sono parole umane di consolazione possibili, per quanto la nostra esistenza così fragile, abbia bisogno del calore di chi ci sta accanto. Così provo anch’io a mettermi in ascolto, a lasciarmi avvolgere, toccare, dalla Parola, dalle parole dell’Evangelo, che parlano alla vita, alla nostra vita.

«Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio, nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione. I Giudei infatti chiedono miracoli e i Greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio; poiché la pazzia di Dio è più saggia degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini». (I Corinzi 1, 21-25)

La prima parola è una parola che scuote. L’Evangelo è pazzia. La pazzia della croce. Dio che si è fatto uomo accompagna in Gesù Cristo tutti e tutte coloro che soffrono, che hanno sofferto, che muoiono. Gesù offre la follia della croce, la sua compagnia con la sofferenza, non la sua eliminazione. Per la credente, per il credente in Gesù crocifisso e risorto il presente rimane quello che è per tutti. La fede nella resurrezione non è la soluzione al problema della morte: essa resta una rottura, mantiene tutto il dolore e l’orrore che ciascuno e ciascuna è costretto a constatarvi.

La resurrezione non è l’immortalità. La morte di Gesù, la pazzia della croce in un certo senso «fa compagnia» alla morte di ognuno.

L’evangelo, la predicazione della morte e della resurrezione di Cristo è debolezza e pazzia. Debolezza, perchè Gesù è stato uomo che ha condiviso la sua vita con i più deboli, un uomo in tutta la sua fragilità. Pazzia perchè non c’è nulla di luminoso nella croce, di razionale, di illuministico o positivo. C’è l’oscurità della morte e il suo limite. Allora oggi che la parola fede rischia di assumere i connotati di forza, razionalità, sicurezza, è importante tornare a queste parole e intravedere nella debolezza e nella pazzia di Dio la speranza che sostiene chi crede. Una speranza che ha molto della domanda di abbandono di Gesù sulla croce e che nello stesso tempo è anche ariosa e aperta. Una speranza che va oltre l’individualismo dell’io che cerca continuamente di fare un monumento a cui portare corone di fiori. La speranza alla quale Dio ci chiama è la speranza piena di meraviglia dei bambini, anche quando si è già maturi.

«Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. (…) Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?». Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo» (Gv 11, 17-27).

La seconda Parola è una parola di vita. Marta e Maria sono due sorelle, segnate dalla morte di Lazzaro, loro fratello. Vivono la perdita ciascuna come può e come sa, Maria ritrendosi in se stessa, stando seduta in casa, Marta, arrabbiandosi con Gesù, sfogandosi. Gesù parla di resurrezione. Certo, Lazzaro sarà riportato in vita da Gesù, ma poi morirà comunque, non è questo il centro. Gesù dice di essere la Resurrezione e la vita, qui e ora.

Due cose su questa parola:

Il Nuovo Testamento non ha un termine proprio per dire la “resurrezione”, un termine tecnico come “resuscitare”: utilizza più parole, prese in prestito agli ambiti della vita quotidiana. L’Evangelo usa parole come “risvegliarsi”, “essere rialzato”, o “elevato”, e il linguaggio della vita. Gesù è il Vivente.

Forse con la parola resurrezione noi rischiamo di dimenticare che essa, tanto quella di Gesù, quanto il ritorno in vita in alcuni suoi miracoli, ha a che vedere più con la nostra vita che con la nostra morte. Forse, scegliendo una parola così “tecnica” abbiamo lasciato che la resurrezione fosse confinata nello spazio, a volte angusto, delle chiese, dei funerali, e le abbiamo tolto il potere forte che vuole avere nella vita di ciascuno e ciascuna.

Nel suo ministero Gesù ci ha dato degli assaggi di resurrezione: ha guarito ammalati, accolto quante erano escluse, predicato l’accoglienza e l’amore oltre i confini delle leggi, riportando alla vita quanti e quante vivevano come morti. La morte non ha l’ultima parola. Nella vita terrena prima di tutto.

Gesù è la resurrezione e la vita e ci chiama a vivere la nostra vita all’interno della resurrezione che egli ci offre: svegliarci dal torpore e svegliare quanti e quante si sentono atterrati, esclusi, moribondi, rialzarci e rialzare quanti e quante sono a terra, vivere con gratitudine la vita che ci è stata donata, con senso. Perchè è nella nostra vita che la morte si insinua; non solo quella fisica, ma anche quella delle relazioni interpersonali, la morte della speranza. Affinché con Marta possiamo rispondere: sì io credo.

Cara amica, forse la faccio troppo facile. Ma la tomba vuota lasciata da Cristo risorto, mi dice che il suo posto non è tra i morti, che la sua resurrezione ci coglie lì dove siamo: non è un rimedio all’angoscia della morte, ma inscrive la morte all’interno della relazione con Dio, una relazione fatta di comunione con le altre e gli altri. Non è solo una sfumatura, non trovi?

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