dialogo_06_1di Carmine Napolitano

 

Il dialogo tra le chiese battiste (Ucebi) e quelle pentecostali (Fcp) è nato quasi per caso ed è andato, poi, sempre più crescendo e acquistando significato man mano che gli incontri si susseguivano; dico “per caso” nel senso che non c’è stata alcuna preventiva pianificazione o azione diplomatica in tal senso, bensì una spontaneità piacevole e sorprendente che poi ha informato di sé ciò che è accaduto in questi anni. Di rapporti e di momenti di collaborazione e azione comune le chiese battiste e pentecostali ne avevano già diversi; basti pensare alla cordialità che c’è a Lentini in Sicilia tra queste chiese e all’amicizia fraterna che c’è a Napoli e in Campania oltre che in alcune zone della Puglia. Probabilmente un primo momento di confronto teologico lo si ebbe in occasione della pubblicazione di un saggio sulla figura di Giuseppe Petrelli, importante figura del pentecostalesimo italiano, ma figura di rilievo anche del battismo italiano residente negli Usa di inizio Novecento. Fu dalla scoperta, per così dire, di una qualche comune radice che nacque l’idea di strutturare un dialogo di ampia portata ed approfondire i possibili ambiti di comunione.

 

A dirla tutta un dialogo tra chiese battiste e chiese pentecostali era ed è un debito con la storia; non può sfuggire, infatti, anche ad una rapida e sommaria verifica la quantità e la qualità delle cose che accomunano sul piano storico e teologico e che probabilmente costituiscono anche, in parte, la ragione di incomprensioni e contrapposizioni che negli anni si sono venute a sedimentare allontanando sempre più tra di loro i due ambiti ecclesiali. È noto, infatti, che le chiese battiste e pentecostali hanno pressoché la stessa estrazione sociale e culturale, hanno in molti casi una ecclesiologia quasi identica, hanno una convergenza teologica sostanziale su alcuni grandi temi quali battesimo, cena del Signore, conversione ed evangelizzazione. Ed è, per l’appunto, proprio sul confronto relativo a queste cose che il dialogo sta continuando e si sta sviluppando con serenità e qualche volta con lo stupore di accordi a volte insospettati. Personalmente ho sempre creduto che se si riesce a parlarsi con serenità e a ragion veduta sulle rispettive posizioni alla fine la comprensione reciproca non può mancare.

 

Naturalmente le scoperte piacevoli non possono offuscare le questioni difficili che pur sono presenti e costituiranno motivo di confronto e dibattito; dalla questione del vissuto carismatico, a quella della comprensione delle Scritture e di alcune problematiche socio-culturali vi è una distanza che non credo sia, però, talmente netta da negare la possibilità di relazioni. Ovviamente qui esprimo il mio personale punto di vista nella consapevolezza di non poter parlare a nome di tutti i pentecostali; ma credo che le possibilità di proseguire e vedere crescere questo dialogo siano molte in diverse direzioni anche perché sia le chiese battiste che quelle pentecostali nel loro modo di essere chiesa conservano e propongono un dinamismo che potrà giovare senz’altro a tale prosieguo. Ci vorrà pazienza nel superare i pregiudizi che su entrambi i fronti ancora permangono e nel circoscrivere qualche situazione locale di tensione che attiene più il carattere delle persone singole e il loro modo di porsi anziché questioni sostanziali; in questa direzione un elemento che potrà senz’altro giovare è mantenere il carattere di spontaneità nel promuovere e incoraggiare iniziative di collaborazioni locali privilegiando il fare sul dire o quanto meno dando priorità agli spazi operativi. È in questi, infatti, che si stabiliscono relazioni e contatti umani sfocianti a volte in veri e propri sodalizi; da una tale dimensione sarà poi più facile innalzare il confronto sulle questioni teologiche avendo l’animo non rivolto alla difesa di una posizione, ma ad una sua proposta nella consapevolezza che l’altro può pensare diversamente: come tra fratelli e sorelle che imparano ad amarsi conoscendosi e a conoscersi amandosi.