Il Dio che consola

antonellaAntonella Scuderi

 

Della molto giovane Antonella Scuderi mi ha sempre colpito la dolcezza interiore e una pensosità melanconica, nonché la forza della fede che si esprime nel suo volto e negli scuri occhi; eppure mi dice che il suo percorso di fede non è stato facile: «All’età di 8 anni per superare le tensioni che si sviluppavano intorno a me, mi chiudevo nel mio mondo e mi mettevo a pregare parlando a tu per tu col Signore e trovavo pace. Nessuno mi aveva insegnato a pregare, sebbene mi trovassi inserita in un corso di catechismo nella parrocchia cattolica. Ma sentivo che Dio era presente e con Lui la sua consolazione, ma non avevo ancora conosciuto Gesù come il mio Signore. Così durante l’adolescenza anche io ho avuto le mie difficoltà, finchè alle superiori non ho incontrato Ivano, un mio compagno di classe! Ivano aveva 14 anni, e aveva da poco ricevuto il battesimo nella chiesa di Roma-Trastevere, aveva una grande maturità spirituale già allora e le cose che diceva mi sembravano belle, ma non riuscivo a farle mie fino in fondo».

Come è avvenuta la tua scelta di fede? «Verso i 17 anni mi sentivo sbagliata, cattiva, inutile. Il senso di peccato mi schiacciava. Poi venni invitata ad un culto evangelico e uno dei responsabili mi lesse alcuni versi del libro di Isaia 1, 17-18 “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova. Su, venite e discutiamo dice il Signore. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana”. Queste parole mi arrivarono dritte al cuore; Dio mi amava: questo fu l’inizio di un cambiamento profondo, che fu per me una vera rinascita. I primi mesi leggevo la Bibbia, e non capivo nulla – sorride – poi ho cominciato a frequentare la chiesa battista di Trastevere, di cui era pastore Robert Holifield: lì sono stata coccolata e seguita. Assieme a diversi miei compagni e compagne di classe a 18 anni decisi di dare la mia testimonianza battesimale».

Come sei arrivata alla scelta del pastorato? «All’inizio ero confusa, sapevo solo che volevo servire il Signore, pensavo di partire come missionaria, ma non riuscivo a decidermi; allora un anziano della chiesa mi disse: “Prenditi tempo, magari il Signore ti vuol far fare altro”. Fu un’attesa feconda dei tempi di Dio, che produsse un frutto benedetto: io e Ivano ci siamo innamorati e sposati. Insieme abbiamo compreso la nostra vocazione. Volevamo costituire dei piccoli gruppi nelle case, embrioni di chiese domestiche (il church planting, cioè la fondazione di  nuove chiese). Ma avevamo bisogno di studiare e l’Ucebi ci inviò alla Facoltà teologica di Praga. Le lezioni erano tutte in inglese e studiavamo dal mattino alla sera; io l’inglese non lo conoscevo, così l’ho imparato sui libri di teologia… Poi l’Ucebi mi ha richiamata a Roma, indirizzandomi alla Facoltà Valdese di Teologia, dove ho ricominciato gli studi quasi da zero».

Come erano i metodi di studio che avevate appreso alla Facoltà battista di Praga rispetto a quelli della Facoltà valdese? «A Praga insegnavano soprattutto professori anglosassoni, tedeschi o dell’Est Europa. Circa un terzo della formazione consisteva nella lezione, mentre gli altri due terzi erano costituiti da ricerche in biblioteca, dal confronto a tu per tu col docente (nel caso degli americani spesso assai complici e amiconi) che confluiva poi soprattutto nei papers poi discussi col docente. Alla Facoltà valdese è tutto diverso – sorride – a mio avviso c’era, un approccio molto più storicistico, prima devi studiare, e le tue idee puoi metterle in gioco a commento di quelle di… Però tutti mi sono serviti». In che materia ti sei laureata? «In Teologia pratica con il prof. Ermanno Genre, con una tesi sul tema dell’aiuto pastorale alle donne che perdono un figlio durante la gravidanza. Il lutto conseguente all’aborto è spesso negato, si tratta di una sofferenza erroneamente ‘non riconosciuta’. È difficile superare da soli questo lutto. Anch’io non avevo potuto portare a termine la mia prima gravidanza e così ho pensato di affrontare questi problemi in modo più approfondito e professionale. Nel mio ultimo anno di Facoltà è nato Raoul, il mio primo figlio (poi ho anche avuto Giulia e Ginevra) e l’Unione mi ha affidata la cura della chiesa di Isola del Liri. Anche lì ho dovuto occuparmi di casi di donne che avevano vissuto l’esperienza dell’aborto. Così, dall’intreccio d’istanze sia personali che pastorali è nata la mia tesi. Ricordo con affetto i fratelli e le sorelle di chiesa a Isola del Liri, ci sono rimasta tre anni, e nel frattempo mi sono laureata».

Dove hai fatto gli anni di prova? «In un posto meraviglioso, nel Napoletano. Io avevo cura delle chiese di Pozzuoli e di Arzano, Ivano di quella di via Foria: Napoli è straordinaria, ma vivere e operare lì comporta delle sfide del tutto peculiari; per questo credo che i nostri fratelli e le nostre sorelle di chiesa partenopei siano eccezionali, delle vere perle. Ho sempre dovuto fare i conti con i miei limiti, e con i limiti strutturali di un ruolo, che spesso mi ha esposta a personalismi e tensioni “corrosive”, che solo rifugiandomi tra le braccia del mio Consolatore sono riuscita a sopportare. Quando poi la chiesa di Trastevere ci ha chiamati condividendo con noi un progetto prettamente evangelistico come quello del Laurentino abbiamo convintamente detto di sì!».

È difficile  tornare da pastora nella comunità  che ti ha visto crescere e formarti? «No, non è stato difficile. Accettare di divenirne pastora è stato come ritrovare un’amica sul sentiero indicatoci da Cristo, una formidabile esperienza di guarigione. Trastevere è una chiesa meravigliosa, anche capace di riformarsi! Il mio più grosso problema è la mole di lavoro… con mio marito abbiamo cura di tre comunità: Montesacro, Laurentino e Trastevere, e senza il supporto di un’equipe straordinariamente capace e consacrata non riusciremmo a concludere granchè. Però resta vero quanto disse Gesù: ‘La messe è grande, ma gli operai sono pochi’. A causa dei malanni che abbiamo dovuto affrontare ultimamente ho udito con particolare chiarezza il Signore dirci: “fermatevi e riconoscete che io sono Dio!”. Così quest’anno abbiamo deciso di avvalerci del sabbatico per trovare il modo di essere più fedeli alla vocazione che il Signore ci ha rivolto».

Ma Antonella non sembra proprio volersi fermare: «Vorrei studiare, fare un corso di counseling, ci sono tante difficoltà, anche nelle nostre famiglie…». E intanto si prepara all’accoglienza – come è stata nel 2013 – per il corso di aggiornamento delle pastore e diacone battiste-metodiste-valdesi del prossimo anno!

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