La teologia come impegno

elizabethElizabeth Green

 

Elizabeth Green è forse la prima teologa e pastora battista con cui ho lavorato. La conosco da tanti anni, e le voglio un bene profondo. Era il 1993, e mi trovai nominata al Sinodo valdese coordinatrice di una Commissione di donne e uomini istituita specificatamente sul “Decennio ecumenico di solidarietà delle chiese con le donne”, proseguendo il lavoro pionieristico iniziato nel 1988 da un’analoga commissione coordinata da Marie-France Maurin Coisson.

Decidemmo subito di ampliarci alle battiste e ai battisti, e di concentrarci soprattutto sul terzo dei cinque obiettivi proposti: «rendere visibile il punto di vista  e il lavoro delle donne nella lotta per la giustizia, la pace e l’integrità della creazione». Così le teologhe si dovevano dedicare a studi e conferenze, le pastore alla predicazione sui temi specifici, ed io, in quanto giornalista, ebbi l’idea di raccogliere le testimonianze di donne impegnate nelle nostre chiese: «Una ricerca tra giornalismo e storia orale su “l’altra metà della chiesa” di cui ciascuna di esse, nei suoi vari doni e situazioni, è stata ed è presenza e testimone». Fu poi la Fdei – guidata da Doriana Giudici, straordinaria combattente dei diritti delle donne – che promosse la battaglia per la pubblicazione di quelle 100 testimonianze da me raccolte nei due volumi della Claudiana  “Voci di donne”( 1999) e “Sguardi di donne” (2000).

E intanto Elizabeth Green scriveva quel libro esile ma fondamentale, studiato in tutti i gruppi biblici di donne (e non solo) che è “Dal silenzio alla parola” (Claudiana, 1992), nella cui prefazione ricorda proprio l’origine della sua ricerca negli scopi del Decennio: «Questo libricino di meditazioni bibliche vorrebbe essere un piccolo contributo a queste mete tracciate dal Consiglio Ecumenico delle Chiese. Cerco di dare visibilità alle idee e alle attività di quelle donne tramandate dalla nostra stessa tradizione biblica, e, in modo specifico, dall’Antico Testamento». E negli anni Elizabeth ha continuato con successo con molte pubblicazioni la sua riflessione, di cui ultimamente è frutto il fondamentale “Il filo tradito – Vent’anni di teologia femminista” (Claudiana, 2011).

Mi completa ora all’oggi la testimonianza del suo percorso di fede – che è nel primo volume della mia ricerca, “Voci di donne” – avvenuto tenendo insieme gli apporti culturali del movimento operaio inglese (dalle origini paterne) e quelli religiosi (la famiglia metodista). Poi c’è la conversione in una chiesa dei Fratelli, la scoperta del battismo, la scelta di venire in Italia e di studiare teologia: ci sono gli anni alla Facoltà battista di Rueschlikon – dove sarà successivamente “visiting Professor” di teologia femminista –, poi il dottorato alla Pontificia Università di Salamanca, in Spagna, dove scrive una tesi (in castigliano!) proprio in teologia femminista.

Elizabeth è stata anche vice-presidente dell’Associazione delle donne europee per la ricerca teologica e il suo lavoro pastorale si è svolto con una scelta specifica del Mezzogiorno: per lunghi anni a Gravina, poi dal ‘96 a Matera: «A me piace molto lavorare con le persone semplici, che sono state emarginate dalla storia – dice – la teologia della liberazione ha lasciato in me la sua traccia, perché parla della scelta di Dio per i poveri. Coniuga questo alla teologia femminista, e ci siamo: «io sono contro una teologia che viene fatta nella torre d’avorio, essa deve sorgere da un impegno nei confronti del prossimo. Insomma, azione e riflessione devono andare insieme».

Ora da qualche anno Elizabeth è stata eletta pastora a Grosseto, e rieletta per il secondo mandato all’ultima Assemblea nel Comitato esecutivo battista. Ma non ha cessato di riflettere e scrivere: «Io penso sempre, in continuazione – mi aveva confessato con un sospiro in quell’intervista – questo alle volte è proprio faticoso!». E io non ho mai smesso di guardare con simpatia e partecipazione alla sua opera: è così difficile essere donna d’ingegno ancora oggi!

Negli intervalli dei lavori dell’Assemblea mi aggiorna brevemente sulle sue pubblicazioni e sul suo percorso dopo il ’98: «Alla conclusione del Decennio ebbi il privilegio di andare ad Harare all’Assemblea conclusiva, e lì nacque l’idea del mio libro, pubblicato poi dalla Claudiana nel 2000 “Lacrime amare”. La pastora Daniela Di Carlo mi aveva invitata alle Valli valdesi, in un incontro con i pastori, perché il tema del Decennio era importante, e le chiese potevano fare qualcosa. Ma in quegli anni non siamo riusciti come chiese a fare ciò che il Decennio aveva implicato, cioè un modo nuovo di leggere la Bibbia: ha ragione Giancarla Codrignani quando dice: “I maschi non hanno fatto quello che dovevano fare, cioè mettersi in questione”. La nostra generazione di donne ha sofferto di non avere interlocutori, e quindi anche la teologia femminista è costretta a ripetersi – osserva con la sua abituale severità critica – perché non ha inciso». Eh, ne convengo, se penso la noia, in qualsiasi comitato, ecclesiastico o laico, di dover sempre alzare da quarant’anni il ditino e obiettare “E le donne?”. Perché i maschi se ne dimenticano sempre, si danno valore solo tra di loro, si rispecchiano e si rimandano l’un l’altro… È faticoso essere donne e vedere anche la società scivolare indietro in tante acquisizioni che sembravano ormai determinate.

Ma – dice Elizabeth sempre battagliera «Io non mi sono lasciata scoraggiare, e continuo a scrivere e a operare! Nel 2002 sono andata in giro per delle università teologiche neozelandesi che mi avevano invitata: è stata un’esperienza grandiosa, poter interloquire con persone di una cultura così differente da quella italiana. Da quest’esperienza è nata la mia riflessione che si è poi tradotta nel libro della Claudiana “Il Dio sconfinato. Una teologia per donne e uomini” (2007)». Dal 2003, poi, Elizabeth è pastora a Grosseto. «E lì la Claudiana mi chiese di scrivere “Il Vangelo secondo Paolo” (2009)». L’ultima sua fatica teologica è appunto è “Il filo tradito”: «Dove interloquisco con i gruppi con cui ho sempre lavorato oltre le chiese: i gruppi secolari e del cattolicesimo, perché – dice col consueto entusiasmo, prima di scappare di corsa per i suoi impegni istituzionali – abbiamo creato negli anni anche in Italia delle belle reti di donne!».

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