Quel Gesù amico

silviaSilvia Rapisarda

 

Di Silvia Rapisarda ho sempre ammirato, oltre alla bellezza – un’eredità di famiglia – anche l’acuta intelligenza, che non a caso le ha valso la nomina di segretaria del Dipartimento di Teologia. Silvia è una persona che continuamente s’interroga – come è necessario fare per essere buoni filosofi e buoni teologi – e certamente nell’interrogarsi, anche, si tormenta.

«Crescere come figlia in una famiglia pastorale significa condividere parte di questo ministero», dice. La sua è una famiglia pastorale di Catania, fortemente impegnata nella chiesa: la testimonianza della mamma, Angela Lorusso, l’avevo raccolta per il Decennio ecumenico in solidarietà con le donne in “Sguardi di donne” (Claudiana, 2000). «Quando  mio padre andava a fare una visita pastorale – ricorda Silvia – portava anche noi bambine, e noi siamo state esposte fin da piccole alle difficoltà della vita, al dolore, ai momenti di crisi, però al tempo stesso anche all’esperienza della fede che sostiene la vita delle persone. Abbiamo sempre pregato insieme, nella gioia e nelle difficoltà, in famiglia e nella comunità: la presenza di Dio in me è stata sempre molto forte anche nell’adolescenza, quando c’è il conflitto con le figure genitoriali; ora da adulta dico che devo molto ai miei genitori, e a Dio. Ho il ricordo di quando ero bambina, e venivano gli evangelici di ‘Cristo è la risposta’, e noi andavamo alla loro tenda: sentivo le testimonianze e le invidiavo un po’, ero nata e cresciuta in una famiglia di credenti, non c’era memoria di un momento specifico e sensazionale in cui avevo incontrato Dio. Dio c’era sempre stato nella mia vita. Allora mi dicevo: “Adesso nego l’esistenza di Dio, così Dio mi si rivela e anche io saprò la data e l’ora della sua chiamata!”». Straordinario ragionamento teologico di una bambina…

«A 17 anni ho avuto la ‘chiamata’, e sono andata avanti come un treno, mi iscrissi a Roma alla Facoltà di Teologia valdese, la mia strada mi era molto chiara. Un’amica mi disse: “Ma non hai paura che Dio non esista?”, io le risposi: “No, ho paura di scoprire un giorno di non avere capito nulla di Dio, di avere frainteso tutto”. Negli anni ’80 scegliere il pastorato significava fare una scelta pauperistica, e mi terrorizzava anche l’esposizione al dolore della vita, ma la spinta a rispondere alla vocazione era più forte delle paure; quando poi ho iniziato a far la pastora avevo timore di essere la persona sbagliata nel posto giusto, di essere un’impostora, di non essere ‘abbastanza’ per quel ruolo; i due anni di prova sono stati dolorosi, chiedevo a Dio segni inconfutabili, mi sono dovuta affidare al giudizio della mia chiesa, è stata una lezione di umiltà. Io sono comunque una persona inquieta – riflette Silvia – e ritengo che scelte importanti non siano acquisite una volta per tutte, ma vadano riconfermate, soprattutto quando si tratta di rispondere ad una chiamata. La chiamata al pastorato non è codificata e il pastorato non è l’unico modo per servire Dio, tuttavia essere pastora per me non può non significare riconfermare a me stessa di avere seguito una via che Dio ha tracciato per me.

Gli anni di studio sono stati anni di conversione, un fondamentale deposito da cui attingi in continuazione; ci sono stati anche momenti di grande aridità spirituale nello studio, perché inizi un approccio scientifico, senza la tua comunità di riferimento. C’è stata per me in quegli anni la scoperta della teologia della liberazione, che conferiva maggiore sostanza a quel Gesù amico, a quel Dio incarnato e radicale, che ‘si compromette’ e che è stato per me sempre fondamentale. La tesi di laurea l’ho poi preparata negli Stati Uniti, sulla cristologia nelle teologia ‘donnista’, delle teologhe africano-americane, e lì ho lavorato per un anno nella chiesa presbiteriana, come volontaria nell’ufficio che si occupava dei ‘senza fissa dimora’».

Dal ’98, poi, Silvia inizia il suo ministero pastorale, per tre anni a Reggio Calabria: «Curavo tre chiese: la chiesa battista di lingua italiana, la chiesa filippina di lingua inglese e la comunità valdese – dice – poi per 10 anni sono stata pastora della chiesa di Roma Centocelle, e contemporaneamente ho curato per 8 anni la cappellania della Casa di riposo G. B. Taylor, e ora da due anni sono pastora a Roma Garbatella e segretaria del Dipartimento di Teologia. Non ho mai preso un sabbatico, ma adesso vorrei tanto avere un anno per studiare, approfondire, meditare!».

Domando ora a Silvia una riflessione sulla sua esperienza di pastorato femminile: «Direi che non ci sono state particolari difficoltà – dice – ci sono stati comunque condizionamenti, non so se imposti dall’esterno o autoimposti, ma che certamente hanno a che fare con l’essere donna: vivere una vita pastorale con abnegazione e da single è come ‘aver sposato la chiesa’ – sorride – è aver inibito il potere creativo dell’eros, della femminilità, ogni tanto mi sembra di essere una monachella! – esclama con ironia». Io la guardo stupita, nella sua bellezza questo non mi pare proprio!

Ma Silvia è una persona molto esigente con se stessa e conseguente con lo sviluppo delle sue convinzioni intellettuali: «A modo mio ho cercato di superare la dicotomia maschio/femmina prendendo come modello Gesù Cristo, la sua umanità che rompe con i modelli tradizionali: certo, come pastora hai un ruolo di leadership, invece come persona credente e anche femminista, ho proposto una struttura non gerarchica nella comunità. Credo comunque di essere stata un ibrido. Nelle agapi, ad esempio, mi alzavo a lavare i piatti: per me era una rottura del modello pastorale tradizionale, ma essendo donna, in questo forse riproponevo il ruolo femminile: non posso dire con certezza quello che ho veicolato, i frutti si vedono nel tempo… però nelle chiese in cui sono stata pastora la leadership delle donne è sempre aumentata. Io mi innamoro delle chiese di cui faccio la pastora – dice con passione – tanti fratelli e sorelle sono degli esempi di fede, e mi nutrono, mi sostengono, e loro neanche lo sanno. Adesso sono meno preoccupata di fare l’insegnante, di dire le cose giuste: quando si comincia si ha quest’ansia da prestazione: non sono colei che ‘amministra il sacro’, sono la pastora di persone magari col doppio dei miei anni e con uno splendido cammino di fede, ci edifichiamo reciprocamente, la loro fede riempie la mia vita: è una grazia infinita che a volte mi sopraffà».

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