Una missione integrale

gabrielaGabriela Lio

 

Gabriela Lio comunica subito fiducia e simpatia, con la giocosità del suo bel sorriso che splende persino negli occhi, la spontaneità e capacità di ascolto, che mette a suo agio l’interlocutore. Si percepisce in lei una fede profonda e vitale, che non a caso l’ha fatta nominare recentemente segretaria del Dipartimento di Evangelizzazione. La sua è una famiglia di emigrati in Argentina: «Dalla Francia, Spagna, Italia. Sono la terza generazione – dice – ma di questo patrimonio e ricchezza mi sono resa conto solo in Italia, quando sono venuta qui, perché in Argentina, essendo un paese di emigranti, non c’era differenza tra le diverse origini, semplicemente eravamo tutti argentini e cittadini. Sono cresciuta in una famiglia allargata, anche con i genitori di mio padre e un suo fratello che da bambino aveva avuto la meningite ed è rimasto come era ad 8 anni: lui è stato il mio baby-sitter, e credo che la mia scelta di aver impostato il mio ministero pastorale con persone in difficoltà mi è derivata da questo: la sua tenerezza mi è rimasta tutta la vita… La mia famiglia  è di origine cattolica non praticante, io a 16 anni mi sono convertita e a 18 ho scelto di battezzarmi: avevo conosciuto tra i giovani un predicatore battista, che mi ha invitato nella sua comunità; c’era il funerale di una donna che aveva dedicato la sua vita a Cristo, e il pastore alla fine ha fatto un appello, e lì mi sono alzata, ed è cominciata la mia avventura di fede», dice con la consueta semplicità.

«Sono cresciuta negli anni della dittatura – ricorda – e nelle chiese si facevano incontri, molte persone cercavano di aiutare le Madri di Plaza de Mayo, e inoltre io mi sono dedicata subito sul piano sociale, e mi hanno dato la responsabilità con altri – pur non avendo nessuna esperienza! – di una casa di accoglienza per ragazze». Gabriela lavora e contemporaneamente studia al Seminario battista «Ho sempre fatto così – dice – studiavo di notte… Sono venuta a Roma, per amore, un matrimonio durato 16 anni, poi ci siamo separati. Alla chiesa della Garbatella ho cominciato a lavorare insieme a Marinetta Cannito con i rifugiati, in collaborazione col quartiere: è stato un periodo molto bello! In Argentina non c’era il pastorato femminile in chiesa battista, ma qui ho potuto usufruire di una borsa BMV per studiare teologia alla Facoltà valdese: avevo 27 anni, e lavoravo come aiuto-segretaria negli uffici della Tavola Valdese, e nel frattempo facevo un programma radiofonico sull’America latina ‘El Guayacan’, con musica, cultura, informazione».

Gabriela quindi fa i suoi 4 anni di studio e il previsto anno all’estero: «A Dunque, nello Jowa, in una comunità presbiteriana: si aspettavano un pastore valdese, e invece è arrivata una pastora battista argentina! – dice con humour – Lì ho fatto l’assistente di un teologo e antropologo, per un anno andando insieme a lui nelle chiese a parlare della situazione dei desaparecidos in Guatemala». Gabriela poi fa l’aiuto-pastora lavorando con adolescenti ‘run-away’, che erano ospitati in una casa di accoglienza.

«Poi sono tornata in Italia, e mi sono laureata con una tesi su La relazione pastorale di aiuto alle donne vittime di abuso e violenza, affrontando soprattutto le tematiche adolescenziali. Mi sono avvicinata alla psicologia femminista, leggendo testi di donne olandesi, inglesi e americane che all’interno della chiesa operano in modo molto interessante con le istituzioni. In Italia non si capisce che i soprusi sul corpo delle donne c’entrano con la fede: l’immagine di Dio è rubata insieme alla violenza subita, e loro non riescono a trovare aiuto nella fede, è difficile con queste donne parlare di Dio che ‘non mi ha aiutato’. Così io ho seguito solo due casi, con donne che mi hanno chiamata in quanto pastora, e invece, dopo aver frequentato i corsi di ascolto con ‘Differenza donna’, continuo a fare ascolto: in questi casi c’è magari un recupero psicologico, ma noi sappiamo che se hai anche la fede, questa è una forza in più, perché è un recupero olistico della persona, in quanto la spiritualità fa parte di tutti noi».

Il primo lavoro pastorale di Gabriela è a Monteruscello, nel napoletano, seguendo per l’Associazione regionale donne e bambini, oltre ai detenuti di Poggioreale e Secondigliano con Anna Maffei e Massimo Aprile, allora pastori a Napoli, e anche occupandosi di tutto quanto questi carcerati avevano bisogno quando uscivano. «Il periodo di Napoli è stato bellissimo, – dice – le chiese ti seguono con entusiasmo; ricordo il lavoro Bmv, quello all’ospedale Villa Betania, a Portici Casa Materna: Napoli è stato il posto che mi ha formato!».

Adesso Gabriela è pastora ad Ariccia, (continuando anche ad occuparsi delle donne oltre ad essere stata presidente del MFEB, ora è vicepresidente della Fcei). È stata direttrice dell’Istituto Taylor (casa di riposo e casa-famiglia). «Ho avuto adesso col mio attuale compagno Renato l’affido legale di un minore». Come fai a seguire tutto quanto? Domando: «Il lavoro pastorale ti costringe a lavorare su tanti temi diversi, e io ho dovuto ‘espandermi’; invece adesso avrei voglia di concentrarmi su un argomento. Il Dipartimento di evangelizzazione è quello che oggi mi stuzzica di più, mi fa pensare: il sacerdozio universale dei credenti, la missione della chiesa: bisogna riprendere questi temi! Adesso sono in un periodo di studio, poi ti lanci! Ci sono progetti, come la nuova scuola Asaf per preparare nuovi ministeri, io sto cercando di varare per le chiese battiste italiane un progetto che chiamo ‘Missione integrale’, che coinvolga non solo le persone, l’ambiente circostante, ma anche la predicazione, il culto, la liturgia, tutta la comunità».

Un’ultima domanda: quali sono gli incontri che ti hanno segnata? «Per me sono stati importanti i viaggi, non solo in America latina, ma anche in India, Nepal e Vietnam e aver conosciuto personalità come Dorothee Soelle, che ho potuto incontrare in Perù, e Elsa Tamez, teologa della liberazione, in Costarica: sono andata fin lì solo per incontrare lei, ho letto tutti i suoi libri! Ogni viaggio è stata un’avventura, volevo viaggiare per questo: per conoscere le persone e i luoghi, anche se magari potevo comunicare soltanto coi gesti. È straordinario poter condividere percorsi di vita e di fede con le persone nel mondo!». E con questo sguardo ampio proiettato al futuro si conclude la nostra conversazione, lasciandomi le tracce del suo entusiasmo.

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