Una vocazione missionaria

maryluMaryLu Moore

 

Non conoscevo personalmente MaryLu Moore, anche se ne ho sempre sentito parlare: la prima pastora battista in Italia! Adesso vive negli Stati Uniti, ma con una sorella e un fratello in Italia torna spesso, e ho potuto colloquiare con lei via Skype, e – sorpresa! – mi compare davanti allo schermo una simpaticissima donna sorridente, col suo caschetto bianco di capelli e un allegro maglioncino rosso che, come apre bocca, parla con un inconfondibile accento romano! «Beh, io sono cresciuta in Italia! – mi spiega, davanti al mio stupore – Infatti a neanche due anni, nel ’37 sono venuta la prima volta a Roma coi miei genitori, Alice e William Dewey Moore, perché mio padre, pastore, era stato mandato dall’allora Foreign Mission Board della Southern Baptist Convention per lavorare con le chiese battiste italiane. Frequentavamo le chiese di Roma, quella in via Urbana e quella in via Teatro Valle, e io facevo parte dei “Raggi di sole”, un gruppo di bambini della chiesa. Sono la maggiore di due sorelle e un fratello (siamo 3 sorelle e un fratello), che sono nati in Italia. Poi scoppiò la guerra, e nel ’41 tornammo negli States, dove mio padre girava le chiese parlando del lavoro in Italia».

Finita la guerra, sei tornata a Roma? «Sì, nel ’47, e pochi mesi prima avevo fatto la professione di fede e il battesimo: avevo 11 anni, ed ero cresciuta in una famiglia dove si viveva a ‘pane, Bibbia e inni’! Quando siamo tornati a Roma, a me è sembrato di tornare a casa. A Roma studiavo in una scuola americana internazionale. Sembrava avessi dimenticato l’italiano  (anche se la mia nonna materna diceva che lo parlavo nel sonno…)».

Poi, tra il ’54 e il ’63 sorge la vocazione missionaria: «Sono tornata negli Stati Uniti a finire gli studi, con un percorso che in Italia sarebbe paragonabile a una laurea e a un dottorato. Ho avuto una formazione complessiva di tipo filosofico-umanistico, col greco e il latino. Volevo andare a fare la missionaria in Nigeria, in Taiwan, in Libano, non in Italia, e intanto facevo lavoro sociale e di formazione religiosa, come responsabile in una scuola per infermiere a St. Louis. La ‘chiamata’ era avvenuta prima, durante il culto di un missionario, che alla fine ci invitò a consacrarci: io sentii il bisogno di alzarmi e dire sì».

Nel ’63 MaryLu ritorna in Italia, chiamata dall’Ucebi per operare insieme alla missionaria Virginia Wingo nell’Istituto Betania. «Anche qui mi è sembrato di tornare a casa… Sono rimasta 5 anni, insegnavo Bibbia e psicologia alle studentesse, che avevano dai 15 anni in su, e quando non c’era la signorina Wingo, avevo io la responsabilità della direzione. Wingo aveva 20 anni più di me, era una donna molto viva, una ‘direttrice nata’: vive ancora, nel Tennessee, ha 101 anni, le ho fatto visita qualche anno fa: la sua lunga vita è il segno della determinazione che aveva! Eravamo anime gemelle con Elena Girolami, con cui ho lavorato in quegli anni nel Movimento femminile battista di cui lei era presidente (insieme a Lidia Schirò, Ada Landi, donne straordinarie): Elena era battagliera, e mi incitava, io ero più tranquilla… Con Vera Marziale e Irene Di Passa ho lavorato più tardi, a Rocca di Papa: ricordo le varie battaglie per mantenere l’autonomia del Centro. Alla fine degli anni ’70, poi, mentre ero a Roma Centocelle, fui presidente del Movimento Femminile».

Dal ’69 al ‘79, poi, altro incarico, come direttrice dell’Istituto Taylor: «Non è stata una scelta mia – ricorda – c’era stata mia madre, Alice, come direttrice dal ’53, e nel ’68 andava in pensione: così l’hanno chiesto a me, e io, prima ho risposto ‘No! Non ne so niente!’. Però poi ci sono andata lo stesso – osserva con un sorriso – e ancora oggi sono in contatto coi ragazzi di quegli anni. Abbiamo iniziato in quel periodo i ‘gruppi-famiglia’, piccoli gruppi di ragazzi in genere con una mamma, abbiamo lavorato tanto insieme con Maria e Angelo Chiarelli, (lui era lì pastore e poi vicedirettore). Era un periodo un po’ turbolento, perché stavano cambiando i rapporti con lo Stato; io ne capivo pochissimo – ricorda con humour – meno male che c’era un Consiglio che ne capiva di più! Io lavoravo con il personale, e tenevo i rapporti con le nostre chiese: la maggior parte dei ragazzi non erano orfani, ma venivano dalle comunità del Sud, dove le necessità economiche e la mancanza di strutture scolastiche costringevano le famiglie a mandare i figli a Roma».

Sorge quindi in MaryLu il desiderio di andare a lavorare al Sud, e si rende disponibile con l’Unione, per lavorare con i giovani e le donne nel Mezzogiorno: «Mi hanno mandato come co-pastore (ma io non sapevo di questa decisione del Comitato esecutivo) nelle chiese di Gravina, Altamura, Santeramo, insieme a Bruno Colombu, che dopo due anni sarebbe andato via (e io non lo sapevo!). Non mi accettavo pienamente in questo ruolo di pastora: ho dovuto lottare contro il mio sentire… non avevo cercato il pastorato. Non conoscevo altre pastore. Non mi sentivo all’altezza. La prima volta che ho dovuto amministrare un battesimo, è stato un problema, e così pure per un funerale! Meno male che a Bari c’era il past. Rosario Baglieri e lo chiamavo; avevo problemi anche per officiare il matrimonio, perché ero straniera. Con Bruno Colombu e Pino Mollica, poi, abbiamo cooperato nell’Associazione delle chiese battiste della Puglia e Basilicata: ho fatto un pastorato itinerante: Santeramo, Tricarico, Martina Franca… Ma anche gli altri facevano così. Ho specialmente vividi i ricordi del lavoro con le chiese durante il periodo del terremoto».

Ancora lavoro sociale oltre che spirituale, per MaryLu, quando va come pastora a Policoro e Cersosimo, in provincia di Potenza. «In quel periodo iniziarono le mie visite al carcere di Potenza, dove fu richiesto uno studio biblico in inglese per un gruppo di 6-8 detenuti di diverse nazionalità: un’esperienza bella, intensa. In tutti questi anni ho anche partecipato alle attività dell’Ucebi, facendo parte del Comitato esecutivo e del Collegio degli Anziani. La mia vocazione è stata ad una vita di ministero al seguito del mio Signore Gesù – conclude – le varie tappe sono venute in seguito a chiamate e risposte particolari. Tra tutte, la ‘chiamata al pastorato’ della chiesa di Gravina fu quella più combattuta. Ma infine, risposi anche a questa ‘chiamata’ pienamente, e sentivo il soffio dello Spirito che guidava e potenziava l’opera in cui mi aveva coinvolta. I ricordi e le persone sono troppi… Manfredi Ronchi, Vincenzo Veneziano, Paolo Spanu, i colleghi, poi le colleghe pastorali, i membri delle chiese: ognuno ha contribuito alla ricchezza della vita che vivo. Il Signore mi ha grandemente benedetta!».

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