Il padre e i suoi figli

volodi Cristina Arcidiacono

 

Riflessioni sul testo di Luca 15, 11-32

La parabola, fin troppo nota, conosciuta come “del figliol prodigo”, narra l’amore incondizionato di un padre nei confronti dei suoi due figli, così diversi eppure così vicini nel giudizio che hanno del padre loro.

A poco a poco il testo svela un padre per un verso non molto diverso da tante madri e padri di oggi, estremamente umano, un padre che sa aspettare, che non si impone, che gioisce e che esorta a gioire, un padre che ascolta e che si prende cura.

Analisi

Già il primo versetto del testo introduce i personaggi e le relazioni tra di loro: c’è un uomo e i suoi due figli. Le storie dei due figli si sviluppano separatamente, in una narrazione che non fa mai incontrare tra loro i due fratelli, ma che ha ogni volta il culmine in un dialogo con il padre.

Seguiamo l’itinerario di entrambi i figli, per cercare di comprendere anche qual è il ruolo del padre, centrale, nel racconto.

a) Il figlio minore e il suo itinerario

I La situazione iniziale (v.12), che mette in moto l’azione del racconto, vede il figlio minore che chiede al padre la sua parte di eredità: non vi è qui alcuna connotazione negativa. Il figlio non si appropria di qualcosa che non gli appartiene ma chiede al padre ciò che gli spetta. E il padre non si dimostra né avaro né geloso dei suoi beni.

II Dopo pochi giorni il figlio minore parte verso un paese lontano. Egli spende tutto il suo denaro e “vive da perduto”. La carestia è solo una complicazione ulteriore. Il testo pone l’attenzione su come il figlio minore cerchi di far fronte alla sua situazione andando a mettersi al servizio di un padrone come guardiano di porci affamato. Nel momento in cui anche la morte si fa presente, il testo mostra il monologo interiore del figlio.

III Il monologo rappresenta il climax della scena, il culmine al quale tutti gli avvenimenti precedenti conducono. Esso è tradizionalmente interpretato come la confessione di peccato del figlio, tanto che questo testo è alla base di un celebre inno di confessione: “Mi leverò e andrò dal padre mio”. È interessante soffermarsi sulla prima parte di questo monologo: è la fame a spingere il figlio a pensare ciò che deve dire a suo padre per essere nuovamente accolto. In questo senso la confessione sembra più una soluzione arguta per riacquistare benevolenza che il riconoscimento del proprio peccato.

IV Ma il figlio minore non pronuncerà il discorso così come lo aveva preparato, perché già il padre sta dando disposizioni di portare la veste più bella, i calzari, l’anello. Non sono dunque le parole del figlio che determinano l’agire del padre. Allora forse lo scopo del racconto non è tanto mostrare la conversione del figlio, ma la reazione e l’interpretazione del padre.

b) Il figlio maggiore e i suoi rimproveri

I Mentre in casa già si festeggia, il figlio maggiore torna dopo essere stato nei campi. Questa informazione rivela che la vita del figlio che è rimasto presso il padre non è esente da fatica. Era forse questa la vita che il minore voleva evitare partendo?

II È il trovarsi di fronte al fatto compiuto che provoca la reazione del figlio maggiore. Il dialogo finale tra figlio maggiore e padre mostra i punti di vista di entrambi. Nelle parole del figlio maggiore (vv. 29-30) appare l’opposizione tra la sua vita, condotta a servizio (il verbo che usa è quello degli schiavi) del padre e nell’ubbidienza ai suoi ordini e mai ricompensata, e quella del minore, spesa dissolutamente e invece festeggiata con un gran banchetto. Il figlio maggiore pensa in termini di ubbidienza ai comandamenti e conseguente retribuzione (cfr. Proverbi 3,12; 13,24; 19,18; 29,17). Egli descrive il rapporto con suo padre in termini di legge; non vi è alcun riferimento a gioie vissute insieme, all’amore reciproco etc. Anche il figlio maggiore ha bisogno di essere convertito.

III Il maggiore vede suo padre come un signore, come il suo padrone che ha servito nel corso degli anni, e arroccandosi sul suo merito, non vuole entrare in casa, rifiuta di unirsi alla gioia per suo fratello.

In gioco è l’immagine del padre, imprigionata negli schemi della retribuzione, immagine che gli impedisce di leggere la propria vita sotto un’ottica diversa e di partecipare alla gioia del padre. È questo l’invito che viene fatto al figlio maggiore, così come al lettore, di aprirsi alle vie del padre del racconto.

c) Il padre

All’inizio del racconto il padre compare solo per dividere i beni tra i figli e in questo modo permettere le trasformazioni che ne seguono. Egli è presente nei pensieri del figlio minore che patisce la fame. Il personaggio prende corpo, vita propria, solo al momento del ritorno del figlio minore. Qui il narratore presenta un padre che scorge da lontano suo figlio e che, preso da una compassione “viscerale”, profonda, corre, gli si getta al collo e lo copre di baci. Di fronte ai calcoli del figlio che ha il suo discorso da pronunciare per essere nuovamente accolto, il testo presenta l’assoluta gratuità del padre, che non aspetta il pentimento del figlio per abbracciarlo.

Dopo questo gesto le parole del figlio hanno un senso completamente diverso: la frase “non sono degno di essere tuo figlio” è pronunciata dopo che il padre ha già ristabilito il figlio nella sua piena dignità. E con quanta gioia! Vi è un eccesso di elementi di festa, la veste più bella, i calzari, l’anello, il vitello grasso che esaltano la gioia paterna per il figlio ritrovato. La parola “peccato”, usata dal figlio, non ha più posto tra le parole del padre, che si preoccupa non tanto dell’offesa che il figlio può avergli recato, quanto delle conseguenze a cui è andato incontro: “Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. Il discorso del padre non considera i motivi che hanno spinto il figlio a fare ritorno, siano essi pentimento sincero o timoroso calcolo, ma gioisce della realtà del ritorno, del fatto che il figlio sia ora con lui. Il testo presenta una paternità che gioisce della vita del proprio figlio, di un figlio ritornato al padre, che adesso sa di essere rimasto sempre figlio, anche durante il suo errare, anche durante la sua lontananza e la sua vita persa.

Così il racconto dà alla paternità delle caratteristiche che vanno oltre il mettere al mondo figli e il donare loro una casa: il padre del racconto è un padre che sa aspettare, accogliere. E sa aspettare anche nei confronti del figlio maggiore. Non giudica, infatti, le rimostranze del figlio tornato dai campi e adiratosi per la festa imbandita per il fratello dissoluto, non risponde al suo mondo di valori fondato sulla retribuzione e sull’idea di un padre che deve essere giusto e deve giudicare secondo i meriti; il padre esprime al figlio maggiore ciò che andava fatto. “Bisognava far festa e rallegrarsi” invita il figlio maggiore a entrare in un’altra logica, quella della gioia di un padre per il ritorno del figlio, della gioia di un fratello per poter essere ancora e di nuovo fratello.

“Tutto ciò che è mio è tuo” dice il padre al figlio maggiore: ancora una volta il testo offre un’immagine di una paternità che non è gelosa dei propri beni, ma che condivide il suo generosamente con i propri figli; ma di questo il figlio maggiore non ha preso coscienza e si è fermato all’immagine di un padre tirchio che non mette a disposizione neanche un capretto per fare festa con gli amici, non osando o non volendo entrare nella logica che ora gli viene offerta.

La pazienza del padre è così rivolta a entrambi i figli, a colui che se ne era andato e a quello che era sempre rimasto con lui e non lo aveva ancora conosciuto.

Figli minori o figli maggiori?

I racconti che narrano di coppie di fratelli portano spesso ad una opposizione tra i due: nelle Scritture basta pensare a Caino e Abele, Esaù e Giacobbe. La situazione familiare della parabola riporta ognuno e ognuna alla propria esistenza di figlie maggiori, figli minori, con tutta la dimensione simbolica che questi due aggettivi portano con sé. Ad un maggiore cresciuto per essere responsabile si affianca un minore più indipendente, ad una maggiore con le testa sulle spalle una minore con più desiderio di libertà. Su fratelli e sorelle si costruiscono stereotipi dai quali si può uscire solo con un po’ di creatività. Mi sembra che questa parabola offra gli strumenti per andare oltre l’opposizione classica dei due fratelli grazie alla figura del padre non geloso, paziente, accogliente, amorevole che essa ci presenta.

Forse il pensarci spesso figli e figlie maggiori, sulle cui spalle grava il peso di casa, o di chiesa, non permette di ricordare i momenti del vagare lontano, i momenti della lontananza e del ritorno, in cui l’accoglienza non è dipesa tanto dal consenso del fratello o della sorella, ma dall’amore che abbiamo ricevuto, dalla gioia di poterci nuovamente sentire in un rapporto filiale con Dio.

E il guardare una persona solo come quel “figliuol prodigo”, o fermarsi solo all’idea di non essere degno, non essere degna, di essere chiamato figlio o figlia, limita la gioia, che ha bisogno di un ritorno per essere completa.

Pur così umano, il padre della parabola, che vede il figlio da lontano, si commuove, gli corre incontro, lo abbraccia e lo copre di baci, sottolinea l’importanza dei gesti d’amore, così spesso dati per scontato, per timidezza, per paura di essere invasivi, per noncuranza.

Pur così umano, il padre della parabola non disprezza il figlio offeso per la festa che è incominciata senza di lui, ascolta le sue ragioni e lo accompagna in un cammino di riconoscimento di se stesso, prima di tutto come figlio, con il quale il padre condivide ogni cosa, e poi come fratello che deve rallegrarsi per la vita di chi era perso.

Questo padre così umano ci porta a riflettere su delle parole importanti:

– non possessività: non è geloso dei suoi beni e li divide tra i figli;

– pazienza: attende il ritorno del minore, è all’erta, tanto che lo vede per primo;

– non teme di dimostrare il suo amore con il proprio corpo e con i gesti: ricopre di baci il figlio ritornato dopo essersi gettato al suo collo;

– bisogno di fare festa: ogni ritorno va festeggiato, gli angeli in cielo gioiscono. L’amore del padre è un amore in eccesso rispetto ai “meriti” del figlio;

– ascolto attivo: ascolta il figlio maggiore e il suo sfogo senza giudicarlo e lo invita a partecipare alla gioia.

Questo padre così umano ha un amore che supera ogni umanità, un amore che si manifesta nella sovrabbondanza. Così vicino eppure così diverso, esorta a riconoscersi figli e figlie, sorelle e fratelli. Forse è questa la cosa più difficile: imparare a condividere, imparare dal padre.

Minori o maggiori, con le nostre storie e i nostri tempi siamo chiamate e chiamati a riconoscerci insieme, a fare festa insieme, a rallegrarci insieme dell’amore di Dio, a vederci e riconoscerci fratelli e sorelle, nella condivisione dei suoi doni, nella vita della sua chiesa.

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