La passione per il Regno come ragion d’essere

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di Gabriela Lio

In questi ultimi anni si sono tradotti diversi testi che propongono formule e strategie per far accrescere il numero dei membri di chiesa o per rispondere all’epoca attuale, vedendola a volte come inclinata al presentismo che convive con il risorgere di feroci tradizionalismi, altre volte come una dicotomia fra religiosità individuale e comportamento sociale, incapace di tradurre il discorso religioso della chiesa in altri ambiti della vita.

Credo che non abbiamo bisogno di formule né strategie adatte a far divenire una chiesa, un agente di trasformazione spirituale e sociale nel luogo dove essa è stata chiamata a testimoniare, bensì vi sono alcune caratteristiche che facilitano la comunicazione dell’evangelo e, come conseguenza, la trasformazione della società.

La chiesa è la presenza incessante di Cristo nel mondo. Le scritture ci insegnano, come dice Bonhoeffer, che la chiesa è chiesa quando è chiesa per gli altri e per le altre, così l’avevano interpretata i/le credenti del Nuovo Testamento. Essa deve essere una chiesa interessata a Gesù Cristo, come Signore e Maestro, come fonte d’ispirazione e contagiandosi della passione per il Regno, nella concretezza della sua vita.

La passione per il Regno di Dio è stata la ragione di vita di Gesù e quindi essa deve essere riattivata come causa ultima e ragione dell’essere della chiesa. Gesù ci ha rivelato un Dio che ha un progetto storico che è il regno. Un Dio che vuole migliorare le cose, liberare l’umanità, cambiare il mondo e la miseria umana in Regno di Dio. Così come per Cristo, Dio e il Regno sono inseparabili anche per noi; dire Regno dovrebbe manifestare redenzione sovrabbondante, salvezza piena, liberazione totale e speranza per tutti e tutte e per tutto. Il regno non è un insieme d’idee o un’utopia escatologica, bensì un «movimento» politico, economico, culturale e religioso.

Affinché il Regno sia una realtà nei nostri giorni, occorre fare una reinterpretazione dell’essere e del fare della chiesa, al meno in tre aspetti vitali: nell’ecclesiologia, nella pneumatologia e nella sua missionologia.

Quasi a conclusione dei diversi incontri nelle comunità locali che hanno festeggiato i 150 anni di testimonianza battista in Italia, è importante riprendere la domanda di Gesù: chi dite voi che io sia? O se volete: Come manifestiamo Gesù Cristo?

Per rispondere, oggi a queste provocazioni bisogna riprendere la visione di Gesù sul Regno Dio. Gesù chiama i suoi discepoli e le sue discepole «sale della terra» e «luce del mondo»; lancia una sfida «Così risplenda la vostra luce nel cospetto degli uomini (e delle donne), affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli», e alla fine del suo ministero insegna ancora che «Poiché anche il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

L’essere chiesa per gli/le altri/e contrasta con l’essere chiesa per se stessa. Per risolvere questo dilemma dobbiamo avere il coraggio di domandarci cosa significa oggi, in un contesto multiculturale e multireligioso, essere chiesa di Cristo, quale rapporto con il mondo e quali ministeri sono oggi prioritari per annunciare il Regno di Dio. L’evangelo ci chiama a narrare il proposito di Dio di redimere la vita umana in tutte le sue essenze. La chiesa è chiesa di Cristo nella misura in cui definisce lo scopo della sua esistenza in termini di testimoniare Cristo morto e risorto non solo per ciò che essa dice, ma anche per ciò che è e ciò che fa.

I discepoli e le discepole di Gesù si distinguono non per una mera adesione ad una religione bensì per uno stile di vita che rifletta l’amore e la giustizia del Regno di Dio tanto nel privato come nel pubblico, tanto nello spirituale come nel materiale, in continuità con la pedagogia di Gesù.

Come afferma J. Perkins, la chiesa è chiamata a «prendere il posto di Gesù in una comunità specifica, facendo quello che Lui avrebbe fatto e andando dove lui sarebbe andato, ed insegnando quello che lui avrebbe insegnato» (Beyond Charity: The Call to Christian Community Development, Baker Books, Grand Rapids, 1993, p. 39). La missione della chiesa reclama la rivalorizzazione del sacerdozio universale dei/delle credenti dove tutti e tutte ricevano stimolo per scoprire e suscitare doni e ministeri per le molteplici aree della vita umana che necessitano d’essere trasformate dal potere dell’evangelo. Una comunità di doni e ministeri che s’integrano fra loro e che contribuiscono in ugual modo al bene comune, consapevole che le strutture che favoriscono l’unità di comunione con Cristo per fede e la fraternità nell’amore sono necessarie tanto per la vita interna quanto per la vita esterna della chiesa.

Il carattere storico della chiesa esige che essa si organizzi, non tanto per assicurarsi una sopravvivenza, bensì per collaborare con Dio nella realizzazione del suo proposito per la vita umana e per tutta la creazione.

Il modello storico della missione che la chiesa deve realizzare ci è stato dato, una volta e per sempre, nella persona e vita di Gesù di Nazareth. Per la missione della chiesa non c’è un altro cammino che la mobilizzazione della totalità dei suoi membri con i loro doni e ministeri per essere una comunità di speranza, fede e amore, cioè una comunità che si configura in funzione della missione per la gloria di Dio. Che lo Spirito Santo, creatore e datore di vita, generi in noi questo sentimento d’impellenza!