Uniti per evangelizzare plurali in ecclesiologia

13Volpe

di Raffaele Volpe

È ormai nota ed è stata già citata più volte quella parte della lettera che James Wall scrive a Natale del 1863, da Bologna, e che viene pubblicata dal giornale Freeman, con lo scopo di trovare i finanziamenti per l’inizio del lavoro missionario in Italia. «Credo che se questa Missione si svilupperà interamente non settaria, ma semplicemente evangelistica… essa sarà una benedizione perenne per l’Italia».

Wall, il primo missionario inglese battista ad arrivare in Italia, ragiona da vero missionario: quando si annuncia l’evangelo, non bisogna predicare i diversi modelli ecclesiologici. Tanto si sa che finché ci saranno anche due soli cristiani sulla faccia della terra, vi saranno almeno due diversi modelli di chiesa. E se questi due cristiani sono battisti, i modelli non saranno meno di tre!

Wall è convinto che bisogna essere uniti se si vuole predicare l’evangelo agli italiani. Per evangelizzare è necessaria l’unione degli evangelici. I missionari stranieri non debbono portare i loro modelli nazionali di chiesa, ma, assieme agli italiani, devono puntare alla ricerca di una via italiana dell’evangelismo.

Lo stesso atteggiamento si riscontra nell’altro missionario inglese, Edward Clarke, che inizia la sua attività missionaria a La Spezia nel 1866: «Com’è vero che la chiamata macedone venne a Paolo, … così arrivò la mia imperiosa chiamata ad essere un missionario in Italia. In essa milioni di persone erano immerse nelle ombre fredde e profonde della morte… e non conoscevano il brivido di gioia che penetra l’anima… con la fede del Salvatore».

Clarke, come Wall, antepone ad ogni altro interesse la causa prima: evangelizzare gli italiani. Ma qual era, invece, l’atteggiamento dei missionari battisti americani che arrivarono in Italia nel 1870, poco dopo l’occupazione di Roma da parte delle truppe del generale Cadorna?

J. B. Taylor affronta la questione in un suo articolo su Il Testimonio dell’1 gennaio 1885: «Dovunque lo spirito di unione e di amore regna, gli uomini sono convertiti», e aggiunge subito dopo che tale unione non significa una «unione meramente esterna, meccanica». Taylor non disdegna il pluralismo confessionale, soprattutto a motivo della divisione intorno al battesimo dei credenti e il battesimo degli infanti, e purtuttavia insiste: «… fino a che noi vediamo occhio ad occhio, faccia a faccia sopra le questioni che ci dividono, comportiamoci ed emuliamoci a vicenda nell’amore e nella santa attività». Ed ancora: «… fino a tanto che esistono le Denominazioni, è una consolazione che mentre causano qualche male, esse, nella Provvidenza di Dio, hanno fatto altresì molto vero bene».

Credo che sulle spalle di questi tre nostri genitori nella fede, possiamo intravedere il percorso già tracciato e quello soltanto abbozzato della «ecumenicità» battista. Un percorso con molte tappe, almeno tre delle quali vorrei evidenziare.

Desidero riprendere la parola che sta tanto a cuore a Wall: evangelizzazione. Parola che si ritrova nei documenti dell’Assemblee/Sinodi dei primi incontri tra battisti, metodisti e valdesi negli anni 1990 e 1995. Il lettore mi perdonerà una ulteriore citazione: questo è quanto si legge nel documento finale del ‘90: «L’Assemblea e il Sinodo nella loro sessione congiunta, in vista di un’evangelizzazione comune che esprima l’azione profusa dalle chiese battiste, metodiste e valdesi nell’unità dell’amore, della fiducia e della stima reciproca, invitano il coordinamento interdistrettuale per l’evangelizzazione delle chiese metodiste e valdesi e il Dipartimento di evangelizzazione dell’Ucebi a ricercare un rapporto di collaborazione in uno scambio di esperienze e di persone». Belle parole, destinate purtroppo a rimanere tali. Per ragioni che andranno indagate dagli storici, altri ordini del giorno andranno avanti e l’evangelizzazione sparirà dall’agenda dei rapporti BMV. Oggi credo che questo tema, trasversale per tutti gli evangelici, dovrebbe essere rimesso al centro della discussione, assieme all’ottimismo del Taylor, secondo il quale dove regna l’amore e l’unione, gli italiani si convertono.

Uniti nell’evangelizzazione, non necessariamente uniti nei modelli di chiesa. Credo che i battisti abbiano dato un contributo essenziale nel definire la democrazia come forza fondamentale della religione. Lo spazio religioso, spesso abitato dalle opacità dei poteri autoritari, viene conquistato dal principio democratico secondo il quale il pluralismo è insuperabile ed è governabile soltanto attraverso regole condivise. Sono convinto che in Italia questo principio sia alquanto straniero e non soltanto nei due ambiti in cui è divisa l’Italia: il cattolicesimo e il laicismo. Credo che lo sia anche nella cultura protestante.

La proposta federativa ottocentesca, che trova poi espressione nella Federazione delle chiese evangeliche in Italia nel 1967, è tuttora una formula efficace per pensare all’unità e alla comune collaborazione. Formula che però va sempre nuovamente sottoposta al vaglio della riforma. E qui pongo una domanda: è possibile, nel prossimo futuro, immaginare una confederazione di federazioni, visto che accanto alla Fcei vi è una altrettanto rappresentativa Federazione delle chiese pentecostali?

L’ultimo punto riguarda la soul competency (competenza dell’anima), formula coniata dal teologo battista E. Y. Mullins e che a me piacerebbe tradurre come la competenza di ogni singolo credente. Principio sacro per i battisti, per il quale hanno spesso pagato l’alto prezzo della persecuzione. Ogni credente è competente nel suo rapporto con Dio.

Questa competenza non deve coprire una moltitudine di ignoranza, ma deve sapere stringere l’alleanza con un cammino di formazione di ogni singolo credente, che potremmo definire una soul formation (formazione dell’anima), dove l’io auto centrato e monarca è sopraffatto da una soggettività democratica e pluralista che sa fare spazio già nella propria anima ad una molteplicità di voci.

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