Il diritto di giocare

Proposta liturgica

Dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto una forza, a causa dei tuoi nemici, per ridurre al silenzio l’avversario e il vendicatore. 

Salmo 8, 2

Preghiera: Padre immensamente grande, grazie per esserti fatto infinitamente piccolo nel tuo figlio Gesù e averci donato la libertà dello Spirito d’amore che rende grandi i piccoli e piccoli i grandi.

La tua chiesa, fatta di giovani e vecchi, di grandi e piccoli con un sol cuore t’invoca.

Inno

Allora Maria, la profetessa, sorella d’Aaronne, prese in mano il timpano e tutte le donne uscirono dietro a lei, con timpani e danze.

E Maria rispondeva: «Cantate al SIGNORE, perché è sommamente

glorioso: ha precipitato in mare cavallo e cavaliere»

Esodo 15,20-21.

Meditazione (il contesto immediato della seguente meditazione è dato da Esodo 1):

Sulla riva del fiume, la ragazzina seguiva il viaggio della cesta, tenendosi ad una certa distanza. Dentro, c’era il fratellino che dormiva quieto. Quando per sua madre era giunto il tempo di partorire, in casa l’atmosfera si era fatta cupa. Miriam non riusciva proprio a capire perché una nascita fosse attesa con tanto silenzio. Sentiva il padre e la madre parlare fitto fitto nella notte, ma non comprendeva il senso di quelle parole. Accarezzava la pancia della mamma, ormai così tonda, e ci appoggiava le labbra, le sue manine paffute, a volte l’orecchio, in attesa di sentire una voce. La mamma allora mormorava triste: “Speriamo che sia femmina. O Dio, Signore del cielo e della terra, fai che sia una bambina!”.

“Mamma perché non vuoi un maschietto? Ogni donna lo vorrebbe. Mi hai raccontato di come il babbo rimase deluso quando venne a sapere che io non ero il maschietto tanto desiderato e ora vuoi addirittura un’altra femmina?” (Quelli erano tempi strani, dove gli uomini erano considerati molto più importanti delle donne).

La madre non rispondeva e diventava silenziosa e malinconica. La ragazzina allora intuiva che c’era qualcosa che non le veniva detto, qualcosa di brutto, di terribile. I grandi, a volte, pensano di proteggere i bambini tenendoli all’oscuro su quanto accade intorno a loro. Non sanno che, invece, ai bambini fa più male non avere spiegazioni, non capire cosa stia succedendo. E Miriam proprio non era in grado di comprendere la tristezza della madre. Un bambino avrebbe dovuto renderla pazza di gioia. Tutte le donne del vicinato sarebbero venute a congratularsi con lei; e gli uomini avrebbero festeggiato con succo di vite fermentato, cantando salmi di lode fino all’alba. Miriam, invece, vedeva la faccia triste della madre. Avrebbe voluto consolarla: ma come? Cercava di rendersi utile, di andare per lei a prendere l’acqua e procurare la legna per il fuoco (perché a quei tempi non esisteva ancora il gas metano, né tantomeno rubinetti interni, che bastava aprire per dispensare acqua).  Nulla, tuttavia, sembrava in grado di scacciare quelle ombre cupe.

Ma quale segreto si celava in quella tristezza sconosciuta? Miriam doveva scoprirlo. Pensò di parlarne con la sua amica Rebecca. Sua madre faceva la levatrice, se ne intendeva dunque di pance e di neonati. Rebecca ascoltò le preoccupazioni della giovane amica e l’accompagnò immediatamente da sua madre. Sifra, la levatrice, accolse la bambina con un sorriso. L’aveva vista nascere, una bimbetta paffuta e vivace, fin da subito. Le offrì focacce al miele e un bicchiere di latte acido. E ascoltò con attenzione le domande che la piccola si poneva. Alla fine, le parlò con fermezza. “Miriam, tutti noi siamo preoccupati per il futuro del nostro popolo. Il re che ci governa ha deciso che non possiamo più vivere qui in pace, nella terra che accolse nostro padre Giuseppe e con lui tutte le tribù di Israele. Il re ha reso difficile il lavoro dei nostri uomini, ma noi abbiamo ugualmente resistito. Ci ha dimezzato i salari e aumentato le ore di lavoro, ma noi abbiamo continuato a vivere in pace. Ora il faraone ha chiesto a me e a Pua, l’altra levatrice, di far morire nel parto tutti i figli maschi che le donne ebree partoriscono”. “E tu che cosa farai?”. “Quello che ho sempre fatto: aiuterò le madri a far nascere i loro bambini. Dillo a tua madre: il suo bambino vivrà. Noi levatrici proteggeremo la vita di ogni neonato, maschio o femmina che sia”.

Quando Mosè, il fratellino, arrivò, i genitori videro che era bellissimo. Miriam lo osservava sospettosa. A lei non sembrava affatto bello. Era così pieno di rughe da assomigliare a una tartaruga. La mamma non era ancora serena, eppure il suo bambino era nato ed era sano, anche se non tanto “liscio”. E perché poi aveva impedito alla ragazzina di dire a tutti di quella nascita? Perché il bambino era tenuto nascosto? Al primo vagito, veniva consolato e preso in braccio. Sarebbe diventato un ragazzino viziato e insopportabile con tutte quelle coccole.

Solo dopo qualche mese dalla nascita, la madre di Miriam informò la ragazzina sulla tragica situazione. Il faraone, dopo aver compreso che le levatrici avevano disubbidito ai suoi ordini, aveva emanato un folle decreto: ogni neonato maschio doveva essere annegato nel fiume. Mosè era stato tenuto nascosto fino a quel momento, ma ora era tempo di affidarlo al fiume. “Vuoi annegare mio fratello?”. Si sorprese Miriam nel provare quel dolore così acuto, al solo pensiero di perdere Tartarugotto. Si sorprese nel dire: “Io te lo impedirò”. “Sciocca, che vai a pensare? Noi due, insieme, lo salveremo: lo metteremo in una cesta, in modo che possa viaggiare sul fiume. Qualcuno, trovandolo, potrà adottarlo; ma tu, che sei così agile e veloce, seguirai il percorso fino a quando il piccolo sarà al sicuro”.

Mentre madre e figlia adagiavano il piccolo nella cesta, Miriam si chiese perché Dio non interveniva per salvare la sua gente e suo fratello, per fermare il folle piano del faraone. Ma subito pensò a come le due levatrici avevano disubbidito al re e come ora lei e sua madre stavano lavorando per preservare la vita. Era solo una ragazzina, Miriam, quando si preparò a seguire il viaggio della cesta nel fiume. Ma aveva già intuito che Dio, qualche volta, interviene con la forza per combattere l’ingiustizia, più spesso, invece, affida la vita alla cura fragile di chi non si rassegna, come sua madre, le levatrici e lei stessa.  La cesta viaggiava sul fiume, la ragazzina la seguiva vigile. Passi veloci, quasi una danza, la danza della fraternità.  Miriam danzava al ritmo del canto del fiume e custodiva con lo sguardo il fratello cullato dall’acqua.

Qualcuno sostiene che è così che Miriam divenne liturgista e profetessa: prendendosi cura del fratello. Se Caino aveva rifiutato la fraternità, Miriam è colei che, per la prima volta nella Bibbia, l’ha curata e custodita. Non lo hanno fatto tutti i maschi prima di lei: Esaù, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli… Una sorella ha curato, con il suo gesto, quella ferita di una fraternità tradita. In seguito, si sarebbe presa cura di altri  fratelli e sorelle: il popolo in viaggio verso la libertà. Il suo canto non era bisogno di evasione, intrattenimento, facile consolazione (canta che ti passa!), ma esperienza di un passaggio: dall’indifferenza alla cura, dalla schiavitù alla libertà. Sui passi di quella liberazione, operata da Dio, Miriam avrebbe guidato le donne e poi tutta la comunità a cantare la libertà. Un salmo che trasforma un gruppo di fuggitivi in un’assemblea liturgica, guidata da una donna. Gli strumenti musicali erano riconsegnati ad un popolo che aveva smesso di cantare i canti di Sion, in terra di schiavitù.

Prenderci cura dei fratelli e delle sorelle più fragili significa restituire loro il diritto di cantare. Senza questo impegno, questa responsabilità, il nostro canto è solo formale: non danza la vita, ma l’anestetizza.

Poter cantare le meraviglie di Dio, fare memoria della nostra vocazione di libertà, alla scuola di Miriam, richiede di imparare ad assumersi la responsabilità della fraternità per diventarne custodi.

Pastora Lidia Maggi

Inno 

Laboratorio:

Le/gli insegnanti di scuola domenicale si possono prendere dei fogli di carta e chiedere ai bambini di disegnare su un lato del foglio loro stessi e la Chiesa. Una volta terminato il disegno chiedere se c’è qualcosa che fa loro paura.

Si scriva ciò che diranno come una preghiera sull’altro lato del foglio.

Si prendano i fogli e li si utilizzi per farne delle barchette di carta.

Mentre i bambini disegnano, magari nella classe domenicale, gli adulti presenti potranno riflettere sul seguente testo.

Lettura:

“…Un’ anima imprigionata, oscura, che cerca di venire in luce, di nascere e di crescere e che va a poco a poco animando la carne inerte, chiamandola col grido della volontà, affacciandosi alla luce della coscienza con lo sforzo di un essere che nasce… L’incarnazione avviene attraverso occulte fatiche: tutto attorno a questo lavoro creativo sta un dramma sconosciuto, che non fu ancora scritto”. M. Montessori (Il segreto dell’infanzia)

Un bambino afferra un oggetto dentro ad un negozio, mentre la mamma è in fila e si sente rispondere immediatamente “non si tocca!” Una bambina indica un signore e rivolge al genitore che l’accompagna una domanda imbarazzante “mamma, perché non ha i capelli?” e la mamma, inorridita, la blocca con un “non si dice!” Un bambino si annoia mentre la mamma parla con un’ amica, e si cerca qualcosa da fare, esplora la casa, tocca i libri, preme i pulsanti degli elettrodomestici, e viene rimproverato bruscamente con un: “non si fa, sei cattivo!” Tra le panche di una chiesa, sta per iniziare la funzione.

Tutti i bambini sono stati messi a sedere, in bell’ordine, ma c’è qualche piccolo imprevisto tecnico e la funzione tarda a cominciare.

Uno dei più piccoli piange e si alza per andare dalla mamma, ad alcuni dei più grandicelli scappa da ridere perché qualcuno di loro, per ingannare la noia, ha raccontato qualcosa di buffo.

“Silenzio!” Intima una delle monitrici, o una signora anziana, o comunque, un adulto, e i bambini in questione, dal più piccolo al più grande, vengono forzati, “con le buone”, a mettersi di nuovo a sedere senza far rumore. Tanto manca poco, secondo la concezione del tempo che appartiene a noi grandi.

Cosa si cela dietro ai comportamenti dei nostri piccoli, dietro i loro disagi, il loro pianto, le loro risatine?

Siamo proprio così sicuri che sia così importante, quasi un nostro dovere, quasi un obbligo, metterli a tacere? (Citazione versetto pietre).

Siamo proprio così sicuri che dietro i messaggi di questi piccoli, spesso scomposti, spesso fuori luogo, spesso fin troppo spontanei, non si nasconda invece qualcosa di importante?

L’espressione di un disagio, a volte, o il desiderio di sgranchirsi le gambe, o ancora il desiderio di freschezza, di novità, o il desiderio di essere accolti.

Quante cose noi adulti siamo spesso i primi a dimenticare. Quante volte mettiamo a tacere il fanciullo che è in noi, proprio quello a cui Gesù stesso affermava di voler parlare e, insieme ad esso, anche i fanciulli che siedono al nostro fianco e che cercano di trasmetterci qualche messaggio importante.

Cosa diventano a volte le nostre chiese?

Il luogo nel quale questo messaggio di accoglienza viene rifiutato, messo a tacere in nome di un “buon ordine”, di un insieme di “buone regole” spesso un po’ vecchie e stantie?

Non siamo noi stessi a volte, ad aver bisogno di “sgranchirci le gambe”, in senso spirituale? O ad aver bisogno di sentirci accolti, abbracciati, tante volte, invece di aver bisogno di ascoltare l’ennesima funzione, svuotata magari del suo senso più profondo?

Prendiamo esempio da questi piccoli, ascoltiamo la voce del loro cuore.

Chiediamo loro di insegnarci la freschezza, la loro profonda sincerità, la loro capacità di esprimere i loro bisogni; chiediamo loro che ci aiutino a non prendere troppo sul serio i nostri discorsi, le nostre regole, le nostre funzioni.

Diamo loro lo spazio che gli appartiene di diritto e che noi troppo spesso usurpiamo in nome di un diritto che invece non ci appartiene.

Incamminiamoci sulla loro strada cominciando ad ascoltare i messaggi che ci mandano, messaggi piccoli, fatti di piccole richieste, di esigenze tanto semplici, ma che tante volte manchiamo di riconoscere e di soddisfare, in nome di qualcosa di “più grande”, di cui spesso, forse, abbiamo perso di vista il vero significato.

Erica Dota

Le insegnanti di scuola domenicale e i bambini condividono alcune delle cose emerse durante il laboratorio

Chi presiede chiede in prestito una delle barchette di carta e tenendola tra le mani racconta questa storia: In un paese lontano, lontano, una bambina costruì assieme a suo padre una splendida barchetta.

Il buon papà, dopo aver inciso le iniziali della piccola sulla loro splendida opera gliela affidò, dicendole di prendersene cura. Ma un giorno, mentre la bimba ci stava giocando presso il fiume, la corrente  spinse la barchetta troppo lontano dalla sponda e lei, affranta, non poté far altro che vederla scivolare via, fino a sparire.

Molto tempo dopo però la piccola andò col padre a far compere nella  città vicina e, sorpresa, dentro la vetrina di un negozio vide esposta la sua barchetta!

Entrò di corsa a prenderla, ma il proprietario del negozio le disse che se la avesse voluta indietro avrebbe dovuto pagarla.

Così la bimba non ci pensò due volte, iniziò subito a metter da parte i soldi per poterla acquistarla. Finché, giunta la Pasqua, ebbe finalmente raggiunta la cifra necessaria per farsi il regalo più bello, riscattare quel suo tesoro prezioso. La bambina riebbe la sua amata barchetta che portò con sé in chiesa. Le cose belle vanno celebrate! Proprio quel giorno ci furono dei battesimi e finito il culto la bimba, dopo aver raccontato al pastore tutta la sua travagliata storia, gli chiese il permesso di immergerla nelle acque battesimali (così l’avrebbero vista tutti e almeno lì era sicura che non si sarebbe più perduta).

Il pastore acconsentì, ma prima la prese tra le braccia dicendole:

Vedi piccola, la tua storia somiglia tanto alla storia di tutti noi. Dio ci ha creato, ma le preoccupazioni, le ingiustizie, il  male e il peccato di questo mondo ci spingono  come una corrente impetuosa lontano da Lui.

Così Lui ci viene a ritrovare e riscattare dal male per tenerci sempre insieme a Lui. L’unica differenza è che noi gli siamo costati molto di più.

Capisci, gli apparteniamo due volte!

Si dica all’assemblea e in particolare ai bambini: Dio ci ama, siamo preziosi ai suoi occhi, Lui non vuole che nessuno si perda.

Inno

Testimonianza: Sognando di volare: la storia di Kidisti

Kidisti (nome di fantasia) è vestita con dei leggings con disegni floreali e una maglietta bianca forniti dall’ente gestore del centro e porta al collo una misera croce di plastica bianca. La sua corporatura minuta suggerisce un’età di circa 14 anni, ma in un inglese chiaro e preciso, dice delicatamente ma con sicurezza che lei ha 16 anni. Le ragazze che la circondano con i loro occhi rivolti a terra, di tanto in tanto le toccano le braccia per chiederle cosa dire o fare. È come la babysitter a cui qualsiasi madre affiderebbe i propri figli. In questo caso, però, Kidisti è punto di riferimento di altre ragazze adolescenti, che come lei hanno lasciato la madre e il padre, viaggiando per migliaia di miglia attraverso il deserto e il mare per cercare una vita non minacciata dalla repressione e dai conflitti.

Se fosse nata a Kansas City o a Roma, Kidisti sarebbe stata una studentessa iscritta a qualche circolo di matematica o una lettrice accanita o forse una stella del calcio. Ma Kidisti è nata nelle zone rurali dell’Eritrea, la maggiore di 5 ragazze a cui il padre contadino e la madre hanno affidato le loro migliori speranze. I loro sogni non comprendevano la coscrizione militare obbligatoria e indefinita che inizia all’età di 18 anni sia per gli uomini che per le donne, così, insieme alla zia e allo zio, ha guadagnato i 5000 $ necessari per fuggire dal paese. Ho detto a Kidisti che la sua famiglia deve avere molta fiducia in lei per spendere tutti quei soldi per farle raggiungere l’Europa e lei ha confermato dicendo “molti, molti soldi”.

Da genitore non posso immaginare di lasciar partire mio figlio in un’età in cui si è così vulnerabili. Ma io non ho mai dovuto lottare per poter esprimere la mia fede e non ho mai avuto paura di esser imprigionata e torturata senza un processo. Invece, il paese che Kidisti ha lasciato è stato descritto dalla BBC come “uno dei paesi al mondo di cui si hanno meno notizie”. Secondo l’Economist, l’Eritrea viola i diritti umani costantemente. “Triste” è come Human Rights Watch descrive la situazione. E tutti questi orrori sono esacerbati dalla mancanza di stampa indipendente e di libero accesso ad internet. Kadisti nel suo paese ha cercato la libertà. In Eritrea “non potevamo parlare dei nostri problemi”, dice. Mentre milioni di persone nel mondo occidentale si preoccupano di come i loro figli usano il loro tempo su internet, in Eritrea, secondo un report pubblicato dalla BBC nel 2013, solo il 6% ha un accesso al web.

Kidisti ha deciso quindi di lasciare la propria casa a piedi e con molta cautela ha attraversato l’Africa orientale, dove le iene possono ferirti o ucciderti. Si è avvicinata al confine con l’Etiopia avendo molta paura della polizia militare, i cui fucili possono spezzare la tua vita in ogni momento. Una volta al sicuro attraverso il confine, ha atteso in un campo in Etiopia per due mesi e lì ha imparato l’inglese. Dall’Etiopia ha preso un autobus per il Sudan e poi il passaggio insidioso del deserto. Oltre 100 persone erano stipate nel retro di un camion. La sua bocca era arsa dall’assenza di acqua e di cibo per 2 giorni. Il suo cuore è esploso – dice – quando 6 delle donne sul camion sono state stuprate. Solo dieci giorni più tardi ha raggiunto la costa della Libia. Lì Kidisti è salita a bordo, con altre 1100 persone, su un’imbarcazione alla volta dell’Italia. In realtà le barche erano due, la prima aveva un motore e trasportava 750 persone mentre la seconda portava 350 persone ed era rimorchiata dalla prima.

Ora Kidisti è a Lampedusa, una piccola isola italiana nel mezzo del Mar Mediterraneo, da molti definita la Porta d’Europa. “Quali sono i tuoi sogni?”, le ho chiesto. Il suo viso si illumina e mi dice: “Voglio studiare matematica e inglese.” Ribatto, “ma il tuo inglese è così buono!”. Con un sorriso imbarazzato, mi risponde: “Io voglio essere perfetta.” Spera di diventare un pilota, così di guadagnare abbastanza in modo da poter mandare a casa dei soldi per sostenere la sua famiglia in Eritrea. Il suo spirito coraggioso, la sua mente acuta e la sua tenera compassione mi danno speranza per il mondo. Come osiamo metterci di traverso ai sogni di questa ragazza? Così le ho chiesto se avesse un messaggio che il mondo doveva conoscere e lei mi ha risposto: “questo viaggio è troppo pericoloso. La gente non dovrebbe farlo. Dovrebbero volare”. Io penso che Kidisti dovrebbe essere il pilota!

Carla Aday

(altre testimonianze simii sono reperibili al seguente indirizzo: http://www.mediterraneanhope.com/)

Testimonianza e dati estratti dall’ultimo rapporto Unicef sulle condizioni dei bambini che si trovano  a viaggiare da soli attraverso il mediterraneo centrale. 

(UNICEF – CHILD ALERT    FEB 2017)

Un viaggio mortale per i bambini

“Ci hanno arrestati e condotti nella prigione di Zawia. Niente cibo. Niente acqua. Ci picchiavano ogni giorno. Nessun dottore o medicine.”                       

Testimonianza di Kamis, una bambina di 9 anni detenuta in Libia.

Si ritiene che ci siano 34 centri detentivi  in Libia. Il governo ne gestisce solo 24 che “ospitano” dai 4000 ai 7000 detenuti, mentre gruppi armati di varia natura gestiscono un numero imprecisato di  altri centri.

La comunità internazionale ha accesso a meno della metà dei centri di detenzione esistenti.

Fare una stima dei bambini che rimangono soli è molto difficile. In totale i bambini sembrerebbero costituire il 9%, del totale dei migranti. Un terzo di questi bambini non sono accompagnati. Nel 2016 I bambini giunti da soli in Italia erano più di 25 800, tre volte di più rispetto ai bambini che sarebbero dovuti partire dalla Libia.

Questo dato risulta indicativo di un dramma che certamente è assai più grande di quello ufficialmente registrato.

Sebbene non risulti ancora chiaro in quali proporzioni i bambini siano solo temporaneamente separati dai loro genitori o completamente soli, è certo che la condizione di isolamento li rende particolarmente vulnerabili a ogni forma di violenza e abuso. Il 92% di tutti i bambini giunti lo scorso anno in Italia non era accompagnato.

Tempo di preghiera e di intercessione comunitaria:

Gesto simbolico: Dire ai bambini di  mettere le barchette sul fonte battesimale, affidando le loro vite alla cura di Dio.

Leggere tutti insieme: Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò».

Così noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l’uomo?»

Ebrei 13:5b-6

Tutta la comunità si alza in piedi per l’ultima lettura e la preghiera di benedizione

Lettura:

2 Ed egli, chiamato a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

3 «In verità vi dico: se non cambiate e non diventate come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

4 Chi pertanto si farà piccolo come questo bambino, sarà lui il più grande nel regno dei cieli.

5 E chiunque riceve un bambino come questo nel nome mio, riceve me.

6 Ma chi avrà scandalizzato uno di questi piccoli che credono in me, meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e fosse gettato in fondo al mare.

Matteo 18:2-6

Preghiera di benedizione (al nome della città di Gaza, quando in neretto, si può sostituire quello di un’altra città che riteniamo essere luogo di sofferenza, es. Aleppo, Homs e Idlib o altri luoghi dove la voce e il canto dei bambini sono stati sostituiti dal silenzio):

Se c’è mai stato un momento per pregare, esso è ora. Se c’è mai stato un luogo abbandonato, esso è Gaza.

[…] Onnipotente, tu che fai eccezioni che noi chiamiamo miracoli, fai un’eccezione per i bambini di Gaza. Proteggili da noi e dai loro. Risparmiali. Guariscili. Lasciali vivere in tutta sicurezza. Liberali dalla fame e dall’orrore, dalla furia e dal dolore. Liberali da noi e dai loro.

Dona loro di ritrovare la loro infanzia rubata e il loro diritto di nascere, che è una anticipazione del Paradiso.

Ravviva nella nostra memoria, o Signore, le sorti del bambino Ismaele, padre di tutti i bambini di Gaza. Come il bambino Ismaele era senz’acqua, lasciato a morire nel deserto di Beer-Sheba, così spogliato di ogni speranza che sua madre non poteva sopportare di vedere la sua vita perdersi nella sabbia.

Sii quel Signore, il Dio del nostro consanguineo Ismaele, che ha udito il suo grido e ha inviato un suo angelo per consolare sua madre Hagar.

Sii quel Signore, tu che rimanesti con Ismaele quel giorno e per tutti i giorni successivi. Sii quel Dio di ogni misericordia, che ha aperto gli occhi di Hagar in quel giorno e le ha mostrato il pozzo affinché ella potesse dare da bere al piccolo Ismaele e salvargli la vita.

Allah, che noi chiamiamo Elohim, tu che doni la vita, che conosci il valore e la fragilità di ogni vita, invia i tuoi angeli a questi bambini. Salvali, i bambini di quel posto, Gaza la più bella, Gaza la dannata.

In questo giorno in cui l’ansia, la collera e il lutto che viene chiamato guerra afferra i nostri cuori e li copre di cicatrici, invocandoti, Signore il cui nome è pace ti chiediamo:
Benedici quei bambini e proteggili dal male.

Volgi lo sguardo verso di loro, Signore. Mostra loro, come se fosse per la prima volta, la luce e la bontà, la tua benevolenza travolgente.

Guardali, Signore. Permetti loro di vedere il tuo volto.

E, come se fosse per la prima volta, dona loro la pace.

Bradley Burston, del quotidiano Haaretz

(Illustrazione di copertina: dai Disegni della Frontiera di Franceaco Piobbichi. Iniziativa di Mediterranean Hope (MH),  progetto della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)

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