L’indomita Riforma del cuore e della mente

15-anche le rosedi Silvia Rapisarda

 

“In verità, in verità vi dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio” (Gv 3, 3). Queste parole che il Vangelo di Giovanni ci consegna come parte del dialogo tra Gesù e Nicodemo, sono tra le più sconvolgenti dei Vangeli.

Nascere è esperienza estrema, la prima esperienza estrema che ogni essere umano deve superare per venire alla vita, un vero e proprio trauma fisico e psicologico. Nascere di nuovo è esperienza ancora più estrema. Per nascere di nuovo si deve prima morire con la prospettiva di rivivere una condizione di totale nudità, vulnerabilità e dipendenza.

La perentoria chiamata alla nuova nascita diventa ancora più critica nel suo essere ribadita da Gesù: «Bisogna che nasciate di nuovo. Il vento soffia dove vuole e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va: così è di chiunque è nato dalla Ruah”. (Gv 3, 7b-8).

La nuova nascita alla quale chiama Gesù è contro natura, ma non solo nel senso meramente biologico al quale allude l’attonito Nicodemo: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» (Gv 3, 4), essa è contro una natura umana bisognosa di punti fermi, di verità rassicuranti per la mente nella misura in cui possono essere comprese, afferrate, catalogate, sistematizzate.

Nicodemo è un uomo di fede ed è un uomo di sapere, è un uomo saggio che vuole saperne di più. Vuole capire Gesù o meglio vuole ricondurre ciò che ritiene di avere compreso su Gesù al suo sistema mentale e teologico: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui» (Gv 3, 2).

Gesù si sottrae al tentativo di sistematizzare la natura del suo essere e del suo operare. Gesù vuole che Nicodemo veda il regno di Dio, che lo veda e vi entri. Per fare questo Nicodemo deve nascere di nuovo, d’acqua e di Ruah. Nicodemo deve prima morire con la prospettiva di dovere intraprendere di nuovo il faticoso e incessante lavoro di imparare la vita da capo, a scuola della Ruah che soffia dove vuole; inseguendo il suono della Ruah senza sapere da dove viene né dove va.

L’esperienza della nuova nascita, che in questo come in altri brani biblici viene rappresentata nel battesimo, non può e non deve essere disgiunta da una teologia della Ruah come promessa e dono del Cristo risorto, della Ruah come maestra di vita e di verità.

Nel dialogo ecumenico, spesso, il battesimo della persona credente per immersione viene ritenuto il tratto caratterizzante le chiese battiste e, molto spesso, questo tratto caratterizzante viene percepito come un puntiglio identitario che rallenta il pieno riconoscimento tra denominazioni cristiane.

Tuttavia ciò che è stato prioritario affermare per gli uomini e le donne che nel XVII secolo hanno dato vita alle chiese battiste è che la verità in questioni di fede non può essere imposta da nessun potere né clericale o ecclesiastico né statale.

Il tema della grazia di Dio, grazia come deposito amministrato dalla chiesa cattolico romana o grazia come libero dono di Dio in Cristo, ha spaccato la cristianità occidentale nel XVI secolo. Il tema della verità ha segnato la frattura fra le chiese protestanti nate dalla Riforma del XVI secolo e le persone battiste delle origini. La verità in questioni di fede, hanno affermato queste ultime, attiene solo ed esclusivamente alla coscienza della singola persona.

Questa affermazione radicale, che in ambito teologico scompagina ogni esigenza e tentativo di sistematizzare una volta per tutte la retta dottrina e di esorcizzare il tanto temuto libero arbitrio, si traduce in ambito etico e politico in un valore accolto nel tempo anche da altre chiese cristiane in termini di appello alla libertà religiosa e di separazione tra chiesa e stato. Tuttavia questa affermazione radicale rimane vera per le persone battiste non solo fuori le mura di chiesa, ma anche al loro interno.

L’organizzazione in senso congregazionalista della chiesa (sovranità e autonomia della chiesa locale) e il governo assembleare della chiesa (partecipazione nelle decisioni con pari diritti e doveri di tutti e tutte), non furono dunque adottati come forma e metodo ritenuti funzionali alla riforma della chiesa, ecclesia semper reformanda est, ma furono scelti come gli strumenti più idonei a garantire e tutelare la libertà e la competenza della singola persona credente in questioni di fede. L’interesse primario dei battisti e delle battiste delle origini fu la riforma del cuore e della mente, il ravvedimento (in greco letteralmente: andare al di là della propria mente) possibile solo attraverso un rapporto libero e personale con Gesù Cristo quale proprio Signore e Salvatore.

«E voi chi dite che io sia?» questa domanda che Gesù rivolge ai suoi discepoli e alle sue discepole, sebbene rivolta ad un uditorio plurale, non ha ricevuto una risposta corale. Non vi è stata delega data ad uno per rispondere a nome di tutti e non vi è stata una consultazione dei 12 prima di dare la risposta giusta. Non è dunque Pietro come delegato con pieni poteri a divenire la pietra su cui Gesù fonda la sua chiesa; non è dunque Pietro come rappresentante dei 12 a divenire la pietra su cui Gesù fonda la sua chiesa;  non è neanche la fede intesa come articolazione teologica corretta da poter trasmettere di generazione in generazione a divenire la pietra su cui Gesù fonda la propria chiesa. È la persona singola che osa emergere, guidata dalla Ruah, che osa compromettersi, farsi avanti a viso aperto e professare pubblicamente la propria fede a divenire la pietra su cui Gesù fonda la propria chiesa (cfr Mt 16, 17). Non vi è chiesa confessante, se non vi sono individui confessanti.

La centralità e l’imprescindibilità del rapporto personale con Gesù Cristo ha fatto sì che le persone battiste delle origini rifiutassero come vincolante qualsiasi sistematizzazione della fede in credo, dogmi, dottrine, catechismi e liturgie, ritenendo la Bibbia l’unica fonte autorevole e sufficiente per poter conoscere Gesù e vivere la propria vita all’insegna di un discepolato radicale da declinare di volta in volta secondo la guida della Ruah e secondo coscienza.

Quando la centralità e la libertà dell’individuo in questioni di fede non vengono perse di vista, cosa che non sempre accade anche all’interno delle chiese battiste, non c’è da stupirsi del fatto che vivere la propria fede all’interno di una chiesa battista è spesso faticoso e che le persone battiste sembrano essere poco interessate ai compromessi, alle mediazioni politiche o teologiche in dialoghi istituzionali.

Vivere la propria vita di fede onorando i principi che hanno dato vita alle chiese battiste significa intraprendere un cammino solitario di fedeltà a Cristo, per scoprire, cammin facendo, che se sapremo essere fedeli al nostro Signore, nella guida della Ruah, ci ritroveremo in sentieri affollati da altri ed altre che hanno udito la sua voce e hanno scelto di seguirla. Il cammino sarà allora comunitario e condiviso, una costante indomita riforma del cuore e della mente.

 

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